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I finalisti
Sergio Bianchi Impressioni di un viaggiatore inglese d'altri tempi
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Il viottolo sterrato che conduce a San Gimignano è situato in salita. Il mio passo è silenzioso per non disturbare il riposo delle formiche e l’amoreggiare degli uccelli che, per pudore, stanno nascosti tra i rami dei cipressi. Ho sulla testa un cappello di paglia di Signa simile a quello dei contadini, che mi ripara dal sole cocente di terra toscana, e tengo legato alla cintura dei calzoni una borraccia piena dell’acqua fresca di Cinciano, che mi sarà tanto utile quando avrò sete. Il taschino della mia camicia marrone contiene una vecchia bussola, che spero non mi serva mai. La campagna circostante mi sembra un incanto. Le rondini la osservano e con i loro voli la dipingono in cielo, che è azzurro come il lontano mar Tirreno. La loro fatica artistica viene alleviata dal canto dei grilli, che ricordano i menestrelli medioevali, quando si esibivano nelle corti. Poveretti, questi animali! Fra poco verranno in queste colline i mercanti fiorentini, che, dopo averli catturati, li metteranno nelle gabbie per venderli alle Cascine, nel giorno dell’Ascensione. La terra senese è di colore rosso, a causa del sangue versato secoli e secoli fa dagli etruschi, per difendersi dall’avanzata delle legioni romane. La vallata intorno è piena di girasoli che guardano verso la torre maggiore, da dove Santa Fina(1) impartisce loro la benedizione, mentre un uomo anziano, in cantina, beve un bicchiere di Vernaccia e sua moglie, nell’aia, spenna un tacchino appena ucciso, sotto lo sguardo di un cane bastardo che abbaia intensamente, portando per tutta la Val d’Elsa delle dolci note musicali. Gli ulivi, sulle colline, sono appartati e sembra che i loro rami cerchino di accarezzarmi come segno di benvenuto, ma sono infelici perché non riescono a raggiungere la mia faccia. Le vigne sono numerose, i filari appaiono ben allineati, come lo erano i guerrieri senesi Ghibellini che attaccavano San Gimignano, difeso con ardore e passione dalle truppe fiorentine Guelfe. Il timore, adesso, è che il mio piede finisca sopra la punta di una spada lasciata da uno dei tanti cavalieri caduti; invece, da una macchia di erbacce, vedo sbucare un cinghiale barcollante, che sembra un contadino ubriaco appena uscito da una bettola tipica della zona. Il paese, a poco a poco, appare ai miei occhi, e mi sembra di essere a Manhattan, dato che quelle torri tanto assomigliano ai grattacieli, anche se sembra impossibile il connubio del medioevo con il mondo moderno. Le mura fanno da recinzione a quei “piccoli” gioielli; i blocchi di tufo esprimono il desiderio di libertà, indipendenza e sicurezza, sentimenti antichi e nobili della gente toscana, a prescindere dalla diversità degli accenti. La via che conduce a piazza della Cisterna è situata leggermente in salita. Le casette antiche hanno le finestre a bifora e i balconi che espongono vasi di fiori, il cui profumo accarezza il mio cuore e fa dimenticare la fatica del camminare. Le api, disperatamente, cercano di raggiungere quei petali per succhiare il nettare utile per ricavare il miele, ma vengono impaurite dagli sguardi incuriositi di placidi turisti. Un negozio di souvenir appare a metà strada e nella vetrina espone delle riproduzioni di oggetti votivi etruschi, anfore romane e crocifissi di legno di epoca gotica; il tutto sembra la pagina di un libro di storia oppure un modo come un altro di rappresentare le proprie radici. Un giovane turista si ferma ad osservare quei prodotti di finezza artigianale, lo osservo attentamente: ha i capelli biondi che ricordano la neve del monte Amiata, gli occhi azzurri come il cielo e le mani dalla pelle liscia con le vene ben allineate che sembrano i percorsi dei fiumi. La somiglianza con i principi longobardi che secoli fa calarono da queste parti è notevole. Gli avvenimenti, talvolta, sono pieni di monotone repliche, senza che alcun spettatore abbia chiesto il bis. Piazza della Cisterna, a forma triangolare, sembra un salotto a cielo aperto. Il mio passo provoca una dolce eco, che va a rimbalzare sulle mura del palazzo Pretorio; un piccione si posa sulla mia spalla, gli faccio una carezza affettuosa e subito dopo riprende il volo verso la rocca, sembra un bambino che corre in braccio alla madre. La cisterna antica è circondata da turisti giapponesi, ma a me sembra di vedere al loro posto Santa Fina, che consegna i secchielli pieni di acqua fresca alle povere donne paesane, che con i loro mariti e figli soffrono la siccità estiva. La mia curiosità, adesso, mi porta a visitare l’interno della Collegiata romanica del XII° secolo, dove sulle pareti spiccano affreschi di Bartolo Di Fredi, Benozzo Bozzoli e Domenico Ghirlandaio, che rappresentano la vita della stessa Santa Fina. Questi sono una biografia figurativa che non necessita di foglio e penna. La torre maggiore rappresenta il collegamento tra l’uomo e Dio. Il mio istinto mi impone di raggiungere la sua estremità, scordando per un attimo i dolori dell’artrite. Il custode, un “ometto” minuto e gentile, mi dice di stare attento nel salire le scale di legno, io sorrido e cerco di ubbidire. Il panorama da lassù è una realtà unica: verso la pianura vedo il paese di Certaldo(2), dove il Boccaccio, in casa sua, “ scrive” un moderno Decamerone, disturbato dallo scorrere delle acque del fiume Elsa; verso la collina, invece, si notano i torrioni delle mura di Monteriggioni, che Dante immaginò trasformarsi in teste di diavolo, forse perché la Toscana è da sempre terra di peccatori. Il sole volge al tramonto, così decido di scendere. Il custode, anziché salutarmi, mi invita a seguirlo presso una stanzetta attigua, dove mi mostra un sarcofago etrusco di alabastro. Il reperto archeologico mostra un uomo e una donna che beatamente si abbracciano. Il mio pensiero va immediatamente a mia moglie, passata da poco tempo a miglior vita, e perciò, sconvolto, mi allontano subito da quella piazza. L’orologio della Collegiata, nel frattempo, suona le otto di sera, le massaie, a causa dell’afa estiva, aprono le finestre delle case e così posso assaporare l’odore degli arrosti di fagiano o di pollo, mentre il frastuono dei televisori accesi sciupa parzialmente la beatitudine del silenzio, e Santa Fina, di sicuro, protesterà per questo. Le mie gambe, adesso, prendono il sentiero boscoso per Casole, dove è in corso una festa paesana; si è fatto buio, la luna risplende in cielo, una lampadina illumina i miei passi e ogni tanto odo il lamento delle civette e dei cani randagi. Il paese è illuminato da piccole lampadine e candele di cera. I madonnari hanno dipinto le strade con le immagini di Gesù e della Madonna. La chiesa, situata in centro, è piena di fedeli. Il parroco impartisce la benedizione ai cavalli che l’indomani gareggeranno nel Palio. In municipio è esposta la bandiera dell’Italia. Il maresciallo con due carabinieri controlla che la gente passeggi ordinata e si comporti bene. La fame, a questo punto, prende anche il mio corpo e di conseguenza, presso una bancarella, ordino un panino con porchetta e un bicchiere di Vernaccia. L’uomo che affetta la carne di maiale e la donna che riempie il bicchiere di vino assomigliano nei tratti somatici a quella coppia di sposi del sarcofago etrusco di San Gimignano. La mia incredulità è grande; pago il conto, mi siedo su una panchina e consumo la mia “cena”,in attesa di trovare una locanda per dormire. Le locande sono piene di turisti e non mi rimane che dormire per poche ore su una panchina di una piazza periferica, approfittando del calore estivo. La sveglia mattutina arriva dal suono delle campane della chiesa, che richiamano i fedeli alla messa. La vicina fontana mi permette di lavarmi almeno la faccia. La corriera per Volterra parte alle otto. La cittadina è una vecchia signora nobile e austera, che si trova al centro della Toscana, protetta dalle colline e disturbata dal vento di Libeccio, che proviene da Livorno. Il fenomeno delle balze ha eroso parzialmente il terreno, portandogli via necropoli e chiese romaniche, ma d’altra parte, quando l’età avanza, è sempre presente un acciacco o qualche perdita importante. Volterra appare diffidente e fredda verso i forestieri, forse per il fatto che, dopo essere stata una tranquilla città stato etrusca, ha dovuto subire l’invasione dei centurioni romani, la guerra civile tra Mario e Silla, le scorribande di diverse popolazioni barbare e il famoso “sacco” dei fiorentini, che concluse un’epoca tragica. La mia visita, purtroppo, non inizia bene, perché vedo subito due luoghi della sofferenza dell’anima: un ospedale psichiatrico e il carcere della fortezza del Maschio. Chissà, forse certi mali si sopportano meglio in questo silenzio, interrotto solo dai lamenti dei cinghiali e dal canto degli uccelli. Le mura etrusche resistono ancora all’usura del tempo: i blocchi ciclopici di tufo assomigliano alle presse di paglia, che i contadini fanno dopo la mietitura. Le lucertole si divertono a percorrerle, mentre le formiche le hanno scelte per abitazione. L’arco etrusco è costruito con il medesimo materiale. Le tre statue degli dei sono state sfigurate dalle condizioni meteorologiche e oggi possono rappresentare la fede perduta di tanti uomini. Un vecchio partigiano mi ha raccontato che nel periodo bellico, i tedeschi in ritirata volevano abbattere quell’arco, ma grazie alle proteste della popolazione dovettero desistere dal loro proposito; evidentemente facevano meno paura i cannoni e le mitragliatrici dei teutonici che le spade i gli archi dei romani e dei fiorentini. Il teatro romano si trova più a valle, in località Vallebuona. La struttura ha due ordini di gradinate e una capienza di millesettecento spettatori, ma ora ci sono solo io, ad osservare sulla scena dei piccioni che tubano tra loro; chissà mai, se pronunceranno i versi di qualche tragedia greca! Questo pensiero trattiene la mia mente finché non vedo il duomo di Santa Maria Assunta, consacrato nel 1120, formato da tre navate che contengono pregiate sculture, una deposizione lignea del XII secolo, due terrecotte di Andrea della Robbia. Il battistero, poco distante, è a pianta ottagonale con un fonte battesimale di Andrea Sansovino. La mia mano sfiora l’acqua Santa, che sembra fatta con le gocce di sudore degli artigiani che lavorano l’alabastro e dei contadini che zappano la terra. Il palazzo dei Priori si trova dietro il duomo. La data della sua edificazione è il 1208-1254. La sua facciata contiene targhe e stemmi del casato. L’ultima tappa è al museo Guarnacci, e anche qui vedo altri sarcofaghi etruschi, che continuano a raffigurare uomini e donne che beatamente si abbracciano, e così la visione della mia povera moglie mi torna alla memoria… La visita a questo punto si interrompe bruscamente e vado all’autostazione, dove mi attende un autobus per Pisa; da qui raggiungerò l’aeroporto, per prendere un aereo che mi riporterà tra i miei pazienti a Londra. Il turista è come uno zingaro: gira il mondo per ritrovare la felicità perduta. Penso sia proprio la mia realtà… Il tragitto da Volterra a Pisa dura circa un’ora. Le colline a poco a poco cedono il posto alla pianura, piena di grano e vigneti. L’autobus è vecchio e malandato, i sedili sono scomodi, stretti e hanno dei portacenere che emettono cattivo odore di tabacco. L’autista guida calmo, prudente; vicino al contachilometri c’è l’immagine di Padre Pio, un frate cattolico molto venerato da queste parti. Siamo solo in due passeggeri: il sottoscritto e un giovane francese che dice di chiamarsi Pierre, alto, magro, con i capelli neri, gli occhi marroni e la barba incolta, studente di architettura alla Sorbona di Parigi, che si trova in Italia per turismo. Diventiamo subito amici. Discutiamo del più e del meno in un’incerta lingua italiana per rispetto della nazione che entrambi ci ospita e ad un certo punto della conversazione vengo a sapere che Pierre, per la prima volta in vita sua vuole recarsi a Roma. Il mio animo immediatamente diventa triste e malinconico per il semplice motivo che non ho il tempo materiale di poter ritornare anch’io nella capitale italiana. Lui intuisce il mio cambiamento d’umore e rendendosi conto del motivo mi sorride, mentre io non riesco più a parlare per il rammarico.
Il sole sta tramontando sul monte Serra, quando arriviamo a Pisa. Salutiamo l’autista, scendiamo dall’autobus e stringendoci la mano ci salutiamo. Osservando attentamente quel giovane, scopro che anche lui è come me: “un viaggiatore che girando il mondo cerca la felicità perduta”. Il nostro destino adesso si divide: lui andrà verso la stazione ferroviaria, io invece ho un taxi che mi aspetta per portarmi all’aeroporto, ma prima di salirvi, consegno a Pierre un foglio scritto a mano, conservato per tanti anni, dove avevo annotato alcune impressioni avute a Roma durante il mio viaggio di nozze. Pierre accetta volentieri e chissà, se lungo il suo viaggio in treno, leggerà queste mie…impressioni romane di un viaggiatore. Roma, da sempre sei “caput mundi”. Sono grato alla mia insegnante, che un tempo mi parlò delle imprese dei tuoi legionari, che con scudi e spade conquistarono mezzo mondo. Un remoto detto dice che tutte le strade portano a te e perciò immagino la fatica e il sudore di quei pellegrini che, camminando con un crocifisso in mano, scendevano la via Cassia e la via Flaminia per recarsi dal Papa, il quale con la sua Benedizione avrebbe purificato le loro anime. Il ponte Milvio, protetto dalle alture di monte Mario, chissà quante facce penitenti avrà visto transitare, che rivolte verso il cupolone di San Pietro gridavano: “Pietà! Pietà! Signore perdonaci i nostri peccati”. La mia solitudine interiore scompare come una bolla di sapone, quando oltrepasso le tue antiche mura, che furono costruite per volere di re, imperatori e Papi. In questo luogo gaio e luminoso di vita, anche il passero citato dalla poesia del Leopardi trova conforto, mentre una vecchietta vestita di nero del Testaccio gli porta delle molliche di pane da mangiare. Le tue pietre dei Fori e del monte Palatino trasmettono al visitatore emozioni, rispetto e timore per la loro gloriosa storia, ma piangono, poverette, si disperano, perché vorrebbero avere la parola per raccontare tante storie, fatte di migliaia di parole, che non troverebbero posto nell’orizzonte. I gatti randagi, per dar loro consolazione, gli girano intorno, accarezzandole con la coda. Il vecchio “conte decaduto” chiamato Colosseo, poco distante, vede il bel gesto di quei mammiferi e li invita a passare la notte sotto le proprie arcate, annerite dall’incendio provocato da Nerone, che non sapeva di distruggere, con quel gesto, la città più bella del mondo.
Il lungo Tevere, dal Palazzaccio all’isola Tiberina, sembra un affresco dipinto in cielo dalle mani di Caravaggio o di qualche pittore fiammingo. Il Tevere, caro ai poeti di tutto il mondo, ha due ampie sponde, dove, tra i battelli ormeggiati, giocano le anatre selvatiche e i fenicotteri prendono il sole, mentre nelle vicinanze, ancora adesso a distanza di secoli, molte “lupe provenienti dagli Appennini Abruzzesi allattano tanti gemelli abbandonati”. Le acque bianche e limpide del fiume, che vengono partorite dal monte Fumaiolo, trascinano con sé il sapore del fieno Toscano, e svogliate vanno a confluire nel mare Tirreno, senza degnare di uno sguardo i ruderi dell’antico porto di Ostia, dove sbarcò Enea. Castel Sant’Angelo mi appare improvvisamente agli occhi e mi sembra la corona di un re, portata lì da quel cherubino che vi dimora sopra… Il ponte attiguo, con le sponde costeggiate da statue di angeli, è una poesia di geometrie; mentre in punta di piedi lo attraverso, mi sembra di scorgere S. Pietro, che con la chiave in mano conduce Dante e Virgilio in un cielo del paradiso, situato non molto lontano, in piazza S. Pietro…. Un gabbiano stanco, emigrato dal mare di Sperlonga, dopo aver tanto volato per il cielo della città, si posa sul tetto del tempio israelitico e trova piacere nel sentire l’odore dell’abbacchio arrosto e delle penne all’amatriciana, che proviene dalle tante trattorie situate in Trastevere…finché si accorge che al posto del cupolone di S.Pietro si trova Gesù in croce, che grida: “Oh, figli miei, perché mi avete abbandonato?”. L’uccello prende il volo, oltrepassa il Tevere, e dopo essere giunto in quell’improvvisato “Calvario”, con il proprio becco toglie le spine dal capo di Gesù e i chiodi dai piedi e dalle mani. Gesù, libero, lo ringrazia e lo bacia, e pur non essendo il giorno dell’Ascensione, vola in cielo…
Le fontane della città, che da sempre dissetano ricchi, poveri e barboni, per festeggiare il sacro evento, innalzano l’acqua in cielo, che improvvisamente si trasforma in fuochi d’artificio, mentre il cannone del Gianicolo scoppia i suoi mortai. Roma, città eterna, vorrei che il mio sangue inglese divenisse latino, per essere immortale come te, così per l’eternità potrei scendere e salire la scalinata di Trinità dei Monti, in piazza di Spagna, o passeggiare sulla via Appia, godendo il profumo dei suoi pini, fino alla tomba di Cecilia Metella, mentre un cane randagio, sbucando dai vicoli di Campo dei Fiori, recita i versi di Trilussa al mondo intero…
Note: 1) Santa Fina: Protettrice di San Gimignano; 2) Certaldo: Paese dove il Boccaccio (celebre novelliere) visse una parte consistente della sua vita e dove morì nel 1375.
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