INVIAGGIO2008

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Andrea Bonvicini

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Mi sveglio, di soprassalto. Buio attorno e silenzio, solo il tremito della poltrona su cui siedo e il senso di uno spazio vuoto ma limitato attorno. Che mi succede? Ho un volante in mano, sono in auto, fa freddo. Ma come? cos’è? Non ci credo, non capisco, non è possibile. Ho la gola chiusa. Due spari rossi mi si avventano contro furenti. Frenata d’istinto e panico, mi aggrappo al volante: le ruote urlano, si imbarcano, i freni rimbalzano sui dischi con tremito sinistro, poi l’auto corregge da sola, sbanda e ondeggia e cerca da sé una linea corretta.

Passata: respiro, per la prima volta dopo lunghi secondi, ma il corpo è rigido come marmo. Alzo gli occhi sulla coda della macchina che mi precede e che ora è sfilata più avanti. Riconosco la forma maligna degli stop contro cui stavo per sbattere: tenevo gli occhi troppo bassi sul volante, fonte inaspettata di domande. Mi devo fermare, freno. Ma lo faccio con forza ancora troppo convulsa, non controllo bene i miei gesti, tremo e ho le mascelle serrate. Il piede affonda nervoso e impreciso sul largo pedale del freno. L’auto sobbalza di nuovo per la frenata eccessiva, ma tutto sembra risolversi senza ormai altri rischi. Prima potevo anche carambolare e rovesciarmi, penso adesso, e intanto accosto, mi porto sulla carreggiata di centro, sterzando deciso. Una macchina (doveva essere dietro a destra) mi vomita addosso tutta la rabbia dei suoi fari d’acciaio, alti bassi nello specchietto e negli occhi, e poi scarta, mi sorpassa con un urlo di clacson, massa nera possente. Non l’avevo vista, non ci avevo pensato. Non mi rendo ancora conto, non coordino, che mi succede? Perché sono qui? Come è possibile che mi svegli alla guida di un auto? Forse un colpo di sonno. Ma possibile non ricordi nulla di prima? Dove sto andando? Quando sono partito? La mani sono blocco unico col volante e la rigidità mi sale su fino alle spalle.

Davanti a me una coda in salita di appaiate luci rosse, forme e intensità le più diverse. Non si vede nient’altro, solo un bruco fosforico lungo almeno un chilometro davanti. Lento, si muove a ondate, con contrazioni e dilatazioni dei segmenti del lungo corpaccio. Le auto non le vedo, solo le luci, gemme d’ambra e porpora sulle gobbe di lamiera. Ai lati mi pare di intuire due muri grigi. Mi avvicino a quello di sinistra. Con più cautela, questa volta, mentre la vasta strada piega a sinistra anch’essa: scivolo lungo la sponda e vedo che è una lunga fila di jersey connessi da tubi d’acciaio. Devono esserci lavori, ma non hanno l’aria di essere granché provvisori. Ci sono i catarifrangenti e qua e là intravedo anche i cartellini del chilometraggio, nel buio non ne leggo però le cifre. La superficie di cemento mi scorre veloce accanto e qua e là è sbrecciata e rotta. Anche dall’altro lato, a destra, ci deve essere una sponda analoga. In questo alveo insormontabile il verme laminato arranca nell’unica direzione possibile. Di fronte a sinistra invece fari bianchi, assai più sparuti, si insinuano tra le sconnessure dei blocchi in cemento. La direzione è segnata. Non il senso però, tutto anzi è non senso, e capisco che non ne posso scampare, non prima della prossima uscita almeno, ammesso ci sia. Anche la velocità è imposta, auto‑regolata si dovrebbe dire, somma di mille volontà distinte e confluenti in un’unica necessitante costrizione.

Avrei bisogno davvero di una piazzola, tra le gambe mi è restata un’urgenza di paura. Ma rimane questo budello buio. Oltre le sponde deve esserci campagna perché non intravedo nulla, probabilmente quel nero più profondo a sinistra sono montagne, non troppo alte si direbbe. Il buio è quasi innaturale, è un tutt’uno con l’asfalto più nero del solito e i fari della mia macchina non sono in grado di  fornire nemmeno una sfumatura di colore ad alcunché. Tutto è nero e sfumatura di nero. Di più, non c’è luce. O forse la realtà tutta, noi, la strada, quelle sagome d’alberi così neri nel nero, l’aria stessa, siamo tutti di grafite ed ebano e la luce non può più nulla.

Anche nelle automobili non c’è luce abbastanza perché veda i volti, conto talvolta le figure, e il più delle volte sono persone sole. Nei camion e nei camper non riesco a guardare, troppo alti rispetto a me. Quando volgo lo sguardo indietro nello specchietto sono ormai troppo lontani per distinguere qualcosa e le cabine potrebbero anche essere vuote o abitate da oscuri troll.

Sto sulla corsia di sorpasso e mantengo la velocità degli altri. Ma spesso da dietro mi chiedono rabbiosamente strada con i fari, una posizione guadagnata per chissà quale volontà di potenza: mi sovviene che forse devo riconoscere agli altri guidatori il vantaggio di avere una meta e di volerla affrettare. Non così per me. Li lascio scivolare allora di fianco, intuisco vagamente i profili di chi guida. Uno ha la sigaretta accesa e quell’unico punto di fuoco proietta una fiamma di luce macabra da sotto in su verso gli zigomi.

Sono stanco e mi concedo l’inerzia di lasciarmi sorpassare, rallentando ancora di più. Mi prende (di nuovo?) il sonno, non devo cedere però. L’orologio digitale del cruscotto segna le due e trentaquattro: il cruscotto balugina con una luce vermiglia, vinosa (dicono che questo colore favorisca l’attenzione e la veglia, ma ce n’è già così tanto attorno, mi pare sovrabbondante e quasi persecutorio). Seguo con le dita le scanalature di luce che circondano il quadrante, quasi rivoli di luce liquorosa, e individuo infine un cassetto che a un mio tocco si apre morbidamente, scoprendo i comandi dello stereo. Accendo la radio: i canali che trovo parlano una lingua straniera, gutturale. Non sono nemmeno troppo stupito, ci sta, con tutto questa assurdità. Trovo una stazione musicale, rock: mi tengo sveglio cantando sulla musica ad alto volume. Ci danno dentro con gli America e io corro loro dietro scivolando sulle parole: “I’veBeenThroughTheDesert – OnAHorseWithNoName – ItFeltGoodToBeOutOfTheRain – … InTheDesert – YouCanRememberYourName ­– … AfterTwoDays – MySkinBegan – ToTurnRed …”. Poi attacchiamo insieme a tutta gola: “Ventura highway … Where the days are longer  – the nights are stronger”. Alla canzone successiva (gli Steppenwolf, una rarità!), quando arrivo all’affondo di “heavy metal thunder … and the feelin' that I'm under”, mi sovviene che è la colona sonora di Easy Rider e rivedo Dennis Hopper e Peter Fonda che corrono liberi sulle loro moto. Nulla di easy per me in questo momento.


 

La musica alzata fino al livello trenta è una massa tattile riverberante dentro i vetri: riesce a allontanare tutto quel che mi sta intorno, me ne protegge addirittura. Batto il tempo col piede sinistro mentre il destro è immobile sull’acceleratore. Mi viene un’idea: provo un po’ a caso, ma poi capisco come attivare il sistema di regolazione della velocità e posso addirittura togliere il piede dall’acceleratore. Guidare diventa una funzione secondaria su questa serie di lunghi rettilinei, sono tutt’uno con la musica. Ma dura poco, una curva più stretta e devo frenare. Allora spengo anche la radio.

In cima a una salita vedo molte luci sulla destra, d’un giallo malato, itterico. Ecco, è un’area di servizio. Forse lì capirò. Escono in pochi, rallento anch’io e solo ora realizzo che l’auto ha il cambio automatico. Scivola quasi silenziosa nella corsia di decelerazione. Il parcheggio è semivuoto e posso arrivare fin quasi sotto la scala di accesso al bar. Ho spento il motore e il freno a mano si è innestato da solo (è un semplice tasto con un grosso led rosso, niente altro). Praticamente per guidare queste macchine non si deve pensare quasi più a nulla: né cambio, né freno a mano, quasi neanche la velocità. La cosa mi disturba. Del tempo ne resterebbe per pensare, ma sono vuoto di pensieri, ancora perplesso di quello che mi accade.

Salgo i quattro gradini verso il bar ma non ho voglia di entrare, mi stringo nella giacca e resto a guardare. La luce scola poveramente dall’alto, pare non farcela a sostenere la vita: ogni macchina è giallo-arancio-cenere, mi guardo le mani e anch’esse hanno preso quest’innaturale sfumatura di zolfo fegatoso in cui tutto è appiattito. Un bimbo corre qua e là nel piazzale sotto lo sguardo della madre e il mio: apre le braccia correndo e le mulina cercando di afferrare la nebbia giallina. Si ferma poco distante e ha una faccia seria seria: guarda il suo fiato che sale verso l’alto e si mischia alla nebbiolina, poi fissa i lampioni ed è visibilmente perplesso. Non è soddisfatto, ci prova ancora, soffia forte un filo di fumo dalla bocca e poi lo afferra per la coda come un cagnolino: si guarda la mano, ride e fa le linguacce con la testa buttata indietro. Ci provo anch’io: ha ragione lui, ha visto giusto, sono l’aria e la nebbia a essere gialle, i lampioni non c’entrano nulla e si nutrono risucchiando in su il nostro fiato.

Mi giro verso le porte a vetri e queste scorrono di lato in uno sbuffo d’aria calda: il tornello in acciaio mi introduce al solito triste spettacolino di paccottiglia e goloserie assortite. Tutto già visto, non c’è nulla che valga la pena di un tempo dedicato, di un contatto ricercato. Anche qui sento le stesse espressioni gutturali che ho sentito alla radio: la lingua straniera delle rare parole che sento mi allontana ancor più da ogni contatto umano. Nulla mi da una qualche indicazione, non pretendo una spiegazione, basterebbe qualche indizio che mi dica che ci faccio su questa strada. Non ho nemmeno modo di provare a parlare con qualcuno: ci scorriamo accanto come pesci in vasca scivolando lungo il budello che ci costringe al periplo maldestramente tentatore. Allungo una mano su un lattina di una bibita eccitante (nera e rossa: mi torna in mente la scia di luci e notte che mi aspetta fuori). Alla cassa l’inserviente è svogliato, la testa gli crolla di sonno. Grugnisce il prezzo. Devo leggerlo sul display della cassa per poter capire. Non ho pensato al denaro. Porto la mano alla tasca posteriore e il portafoglio (è il mio, lo riconosco) mi dota di una carta di credito (la tasca delle banconote è invece vuota). L’allungo al cassiere che meccanicamente striscia la carta. Anche quest’unica possibile interazione si è ridotta a un nulla.

Trangugio la bevanda che so rosata (ed è tale anche sulla lingua) e, dopo un passaggio in bagno,  mi rimetto in macchina. Benzina ne ho. Proseguo e basta. L’eccitante entra presto in circolo e un maligno senso di forza sale agli occhi arrampicandosi dietro la nuca (ma che ci mettono dentro? o è solo la mia testa che sa di doversi sentire più sveglia?). Vorrei scostare le auto davanti a me. Anche i camion, bardati di luci di posizione le più fantasiose, non mi incutono alcun timore.

Il bruco prosegue svogliato invece, si attarda spesso in lunghe soste, e frustra così le mie smanie.

Ora però, dopo un serie di frecce intermittenti dalle proporzioni imponenti e imperiose (“Di qui! Hai capito nano? A destra!”) la sede stradale si è stretta a due corsie e, in ossequio a tutte le leggi delle fisica, dopo la strozzatura adesso l’andatura è regolare e sostenuta.

Piove.

I contorni di quel che si vede sfumano ulteriormente e tutto diventa più impreciso ma anche meno violento. La pioggia però è una finzione: scorre solo sul parabrezza e appena a terra sparisce assorbita dall’asfalto drenante. La strada è uno spazio sterile, nemmeno la pioggia lo può fecondare. I punti di luce rossa si sfrangiano intanto in strisce diagonali piegate tutte con la stessa inclinazione, viene da guardarle con la testa reclinata per raddrizzarle. E’ una geometria inaspettata: deve essere l’azione dei tergicristalli  (si sono attivati da soli, uff!). Sì, è così, si vede guardando nella zona centrale, dove passa prima una spazzola poi l’altra: le strisce rosse giocano e saltellano, destra-sinistra, destra-sinistra, destra-sinistra. Funny.

Io invece posso andare solo sempre avanti, in linea pressoché retta. Forse la strada in fin dei conti sta descrivendo all’ingrosso un vastissimo arco di cerchio piegando sulla sinistra. E se girassimo in tondo? vasto quanto vuoi ma pur sempre un circuito chiuso? non mi sento di escluderlo. Chissà cosa ne pensano gli altri.

In mezzo alle due barriere di cemento sembra di scorrere lungo le canne di un fucile, e ancora non si vede la bocca. Mancano pure le linee bianche per terra, ma la velocità aumenta: con la pioggia a far da sfondo scena sarebbe normale prendere delle precauzioni, in tutti invece prevale l’ansia delle prestazioni e dell’affermazione dell’ego.

Le barriere di cemento finiscono d’un colpo e, compressi come siamo stati finora, veniamo sparati in campo aperto, come tappi di lambrusco. Quattro, sei, magari venti corsie si aprono davanti. Lupi mannari assetati di velocità digrignano i denti attorno, sento lo scricchiolio.

Non c’è ancora in vista un’uscita o un’indicazione. Cominciano però a esserci luci e sui lati compaiono prima le insegne di un industria e quindi di un centro commerciale. Si avvicina una città, ci sarà di certo un’uscita, lo conferma anche il riverbero lontano di luce aranciata, un impasto consistente di iodio e nebbia che si dispone a cupola in lontananza, uno scudo che sarò costretto tra poco a violare.

Mi pare di intuire ciminiere o forse alti palazzi, ma riesco solo a distinguere le lucine di pericolo sulla cima. Più oltre qualcuno ha pensato di ottenere una qualche pubblicità segnando i profili di una gru con linee di lampadine tristemente natalizie. Ne risulta uno smisurato dito che segna in orizzontale una direzione impossibile da seguire, la strada porta inesorabilmente altrove.

Sono ricomparse le strisce bianche sull’asfalto, ma è un colore moribondo e luttuoso quanto gli altri.

Prendo di nuovo velocità e quando una vasta curva quasi parabolica mi fionda a destra, le luci arancio delle segnalazioni sul guardrail si mettono in gara con la mia velocità: il gioco di luci intermittenti che si inseguono mi raggiunge da dietro e mi sorpassa un paio di volte nel volgere della curva. Esco ancora più veloce, come sospinto da quella sfida, e capisco di dover rallentare, decelero e scalo di una corsia a destra. Appena in tempo: i fari dell’auto che mi precede mi fanno intuire una macchia bianca sull’asfalto poco davanti e riesco a evitarla scartando di lato. Nell’istante in cui ci passo accanto capisco che è un gatto, disteso per terra di traverso a una striscia bianca della mezzeria. Anche il gatto è bianco, lungo e stretto.  Passo veloce, ma mi resta negli occhi l’immagine di questa stramba croce assieme ai segni di sangue sul petto sottile e sulla testa: forse anche l’impressione di una smorfia quasi umana di dolore.

Un dosso, le strisce a terra sono segnate in giallo, e sul culmine la strada sterza a sinistra ad angolo, in maniera innaturale. L’autostrada si dilata subito dopo nella vastità plateale di un piazzale, di solito rigurgitante di auto immagino, ma ora pressoché vuoto. In fondo ci sono le uscite di pagamento. Sono un po’ stranito di questa fine improvvisa, ma evidentemente è l’ultima uscita (ed anche la prima per me). Telepass, biip, biip: anche qui tutto senza intoppi, tutto è programmato per scorrere via liscio e asettico (e triste). L’autostrada (già, doveva essere un’autostrada, c’era il telepass) è ora divenuta un vasto viale, deserto. Lo percorro tutto, innestandomi profondamente nella città. Ai semafori donnine magrissime su alti stivali bianchi o neri.

Sono fuori dalla pioggia intanto. Man mano la strada si restringe. Ci sono incroci e strade laterali ma non vedo ragione di imboccarne nessuno. Non ho una direzione ma una direzione è segnata comunque, proseguo.

Sulla destra si apre una vasta zona buia e vuota, il viale descrive attorno un’ampia curva. Ma dove arriverò? Arriverò da qualche parte? Un cavalcavia e un paio di incroci (destra‑destra‑sinistra, ho dovuto far delle scelte, non c’era più una direzione principale).

Fiancheggio ora un alto muro a sinistra e d’improvviso qualcosa mi sgattaiola fra le ruote. Ho frenato (un’altra volta) ma penso sia stato inutile. Sono fermo e mi guardo intorno, non voglio scendere e vedere quel che probabilmente ho sotto le ruote. Invece qualcosa si muove furtivo lungo il muro in una zona di buio. Salgo con l’auto sul marciapiedi e i fari inquadrano un riccio, una massa quasi ovale nell’incavo angolato del muro. Sì, deve essere certamente un riccio, anche se sono anni che non ne vedo più uno. È un controsenso, in mezzo a questa città. Strano, mi pare quasi mi torni alla memoria che prima devo aver costeggiato un parco a me noto (non può essere la prima volta che ci passo: qualcosa me lo richiama come noto e deve essere nel nord di una città che conosco). Scendo e osservo affascinato il selvaggio mistero di una vita pulsante e timida, bloccata lì dai fari e da un moto di difesa. Eppure mi pare lontano da una vera paura. Il colore del manto spinoso è un magnifico tono marrone sfumato dalle schegge lucenti degli aculei. Mi tolgo la giacca e con cautela lo raccolgo, avvolgendolo in un improvvisato sacchetto. Ripercorro a piedi un tratto di strada. Con una mano da sotto reggo quel peso lieve e mi pare di cogliere un tremito di vita. In breve sono al limitare del parco (è assai vasto, non se ne vede il fondo e nemmeno i contorni ai lati). Mi addentro di qualche passo alla luce azzurrina del cellulare e poi poso l’involto. Lo apro. Senza esitazione il riccio scivola fuori e sparisce in un groppo di foglie. Possibile abbia già trovato la sua tana? Non accade più nulla e torno sui miei passi, più leggero di prima.

Ritrovo la macchina. L’ho lasciata aperta e con i fari accesi. Incredibilmente nessuno l’ha rubata. Risalgo e rimetto in moto nel silenzio della notte. Scendendo dal marciapiedi, il lungo muso dell’auto guarda verso un vasto palazzo di mattoni e vetro. Potrebbe essere anche familiare. Sono quasi davanti al cancello. Mi fermo. Mi piego di lato accanto al volante e indago il mazzo di chiavi innestate nell’accensione. C’è un telecomando, blu, d’una strana forma a ogiva. Provo i tasti, uno blu come il corpo del telecomando, l’altro verde. Non accade nulla. Non me ne stupisco, ma un po’ ci resto male. Ora non so che cosa fare. Sto per ripartire ma provo a insistere un’ultima volta. Premendo a lungo il tasto blu, la luce intermittente sul cancello mi risponde (è, penso, il primo dialogo riuscito, forse il secondo). Il vasto battente di griglia metallica si apre con lentezza, quasi incerto. Scendo lentamente e i fari illuminano del tutto la lunga rampa: in fondo svolto a destra in un largo corridoio con luci al neon che lampeggiano come fiamme ossidriche nello spazio grigio. Lo percorro tutto. Il corridoio gira ancora destra, segue il perimetro del palazzo, immagino. Nel secondo braccio alcuni garage sono aperti, e lasciano nere lacune nella sequenza di metallo sfavillante dei box. Non si vede nulla dentro, gli spazi sono del tutto vuoti. Ne scelgo uno, sono identici tra loro. Parcheggio con fatica, è tremendamente stretto. Sguscio fuori dalla portiera chiudendo la macchina alle spalle col telecomando della chiave. Si acquatta con un ronzio. Abbasso con fragore cupo la porta metallica e provo tutte le chiavi, ma seppure qualcuna entra nella toppa, nessuna fa girare la serratura. Mi accontento di far scattare la maniglia così che paia chiuso come gli altri.

Cerco l’uscita. Dietro una spessa porta tagliafuoco color avorio c’è un vano con l’ascensore. Entro e nella luce della cabina mi rigiro tra le mani il mazzo di chiavi. Una potrebbe essere quella d’ingresso a una porta di sicurezza: ha un forte cerchio in plastica blu e sulla barretta in acciaio un complesso sistema di incavature e piccole protuberanze, quasi cuscinetti a sfera. Ci passo sopra un dito, è bello. Una targhetta nel mazzo, bordata in azzurro, recita “App. 9”, ma non fa cenno al piano. La scrittura non è la mia e non mi pare di riconoscerla. Sono però troppo stanco e assonnato, e non ho forze bastevoli a imbastire un’indagine. Sondo la tastiera dell’ascensore e dopo una breve esitazione le porte si chiudono. Salgo al piano terra: è solo un vasto atrio molto illuminato. Una vetrata guarda forse verso un giardino interno. Seguendo le scale arrivo al primo piano e percorro il corridoio con lo sguardo: ha un’apparenza di abbandono, o di mancata cura. A terra le piastre in pietra sono grigie-azzurre di polvere, forse di cemento. Sul corridoio vedo affacciati quattro appartamenti, due per lato. Provo a sinistra. Sui campanelli non ci sono indicazioni, ma, accanto allo stipite del seconda porta, trovo un grossolano otto tracciato a matita. Ripercorro il corridoio verso l’altra ala e mi avvicino alla prossima porta. Sul campanello una striscia adesiva blu scuro: le lettere nere recitano il mio nome. Lo leggo due volte, lo dico a voce alta. Mi ricordo di prima in macchina e canticchio: “In the desert you can remember your name” . Provo a riderne, ma il fatto è che non riesco a darmene una ragione: mi devo solo arrendere all’evidenza della chiave che entra e agevolmente apre la serrature in tre forti mandate.

Qualcuno mi ha preparato dunque un luogo dove stare. Ho un senso di gratitudine: forse non tutto è privo di senso. Entro.

Non riconosco nulla. Sono solo due stanze e un bagno, le esploro alla luce del vano scale, poi mi decido e chiudo da dentro con lo scrocco della porta blindata, io dentro, il resto fuori. Nella camera il letto è pronto. Devo dormire, basta. Mi corico e il letto non mi è estraneo.

Prima di addormentarmi per un attimo mi prende l’angoscia di risvegliarmi di nuovo alla guida di un’auto su una strada ignota. Ma è solo una attimo. Dormo.

* * *

Qualcosa stava trillando insistentemente ma non riuscivo a collocarmelo nella mente. Mi sono allungato macchinalmente e mi sono trovato in mano il telefonino. La sveglia, già. Il tepore notturno stava ormai svanendo in un filo nemico di freddo. E’ passato qualche minuto. L’unica è reagire e alzarsi. Blocco la suoneria mentre mi stiracchio. Chiamo casa, mentre scorro di fretta i messaggi.

–Stai bene? Sei arrivato tranquillo stanotte?

–Sì, certo.

–Ti sei dimenticato di chiamarmi.

–N… no, come. Oddio, davvero?

–Sì, non importa, ero solo un po’ preoccupata. Va tutto bene?

–Tutto bene sì. I bimbi, i bimbi sono svegli?

–Non ancora. No.

–Ti chiamo tra un po’ allora, così li saluto.

–Bene, bene sì.

Voglio uscire e guardare questo cielo nuovo. In cinque minuti sono già fuori. Fa freddo e l’aria è tesa di luce. Percorro d’un fiato il sottopassaggio dietro casa (anzi, trattenendo il fiato, odora di orina e polvere bagnata). Poi riemergo di nuovo in un azzurro inatteso, quasi violento.

Qualcosa si apre dentro (ed anche il ricordo, ah già…). È come uscire da un nascondiglio, da un bunker, da un rifugio dopo un bombardamento e ritrovarmi affacciato, senza sapere come, a un vasto paesaggio alpino davanti a me. Sono in piedi su questa soglia, ed è la mia città. Una conca vasta e lucente: tutto davanti e nulla dietro. Io sono fatto per questo, non per il nascondiglio. Quasi perdo l’equilibrio. Mi aggrappo al telefonino per non vacillare.

–Ciao, ciao, sono di nuovo io. No no, tutto bene sì, sono quasi arrivato in ufficio. Dì, dì solo ai bimbi che questa settimana torno presto, presto, prima del solito. No, non è successo niente, no. Un riccio, un riccio sai. Sì, qui in centro a Milano, non è stupendo? Ti racconto, ti racconterò quando torno.

(dedicato a Luigi Pirandello)

 

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