INVIAGGIO2007

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Angelo Cardellicchio

New York-Parigi sola andata

 

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Mi capita spesso di fare un “salto” a New York, per motivi di studio e quando mi assegnano un posto particolarmente “fortunato”, attraverso l’oblò dell’aereo, mi soffermo ad ammirare la città, a volte immersa nella nebbia, a volte  con un sole splendente e, spesso (d’inverso è uno spettacolo consueto) con la neve che imbianca ogni centimetro di questa incredibile ed inimitabile metropoli. L’aeroporto J.F. Kennedy è accogliente ospitale e rumoroso ma non caotico.

L’organizzazione è il fiore all’occhiello di questa immensa stazione aerea e, anche se l’inglese e lo spagnolo dello speaker  giunge alle orecchie con un rimbombo che non  fa capire nulla di quello che sta dicendo (cosa che succede d’altra parte ovunque ci sia un altoparlante di quel tipo), anche se non hai studiato la lingua in un college inglese o, per lo spagnolo, non sei  stato l’amante di una bella madrilena, ebbene non c’è problema.

Non c’è problema.

Controlli accurati e effettuati con estrema cortesia.

Indicazioni intelligenti ed efficaci.

Personale efficiente.

Fuori ti accoglie un caldo infernale o un freddo polare.

Ma non importa: Non c’è problema.

Infatti un comodo taxi ti aspetta impaziente e ti porta dove tu vuoi.   

Ogni qual volta mi reco a New York, prendo volentieri il taxi.

E tutte le volte, nonostante il punto d’arrivo sia sempre lo stesso, ogni volta chiedo al tassista di “intraprendere” una strada diversa.

Ho detto intraprendere per una ragione semplicissima:

Guidare a New York è una vera impresa.

Il traffico di New York, infatti, è pari come intensità, a tutto ciò che la riguarda.

Alla popolazione, alle razze, alle auto, alle manifestazioni, ai grattacieli, agli scioperi.............una vera giungla! 

Ma questo fatto non mi stupisce nè mi indispettisce, anzi.

Approfitto volentieri del viaggio in taxi per scoprire angoli nuovi, strade popolose, negozi che altrimenti non avrei mai avuto occasione di vedere.

Quando in Italia mi capita di parlare di New York do la sensazione di conoscere bene questa città.

La quinta strada.

Manhattam.

Harlem.......

Invece mi rendo conto di sapere solo cose che tutti sanno, informazioni che pure chi non viaggia conosce.

New York è veramente grande.

Una vita non basterebbe.

La prima volta che vi posi piede conobbi decine di persone interessanti.

Johnny Collins, Herbert Kowalsky, Carol House, Gene White, Debra (non ricordo il cognome) e poi Tony, Carmen, Franky, e tanti altri. Ma già la seconda volta avevo perso di vista tutti, proprio tutti!

Johnny era morto in un incidente.

Herbert era tornato alla sua Praga.

Carol era fuggita con un bancario con il malloppo (probabilmente in Colombia o in Messico).

Gene, beh Gene era sparito, non si sa dove e in che momento della sua vita.

Debra senza cognome aveva sposato Franky ed erano in luna di miele alle Niagara Falls.

Tony aveva aperto un ristorante a Miami, ma pare avesse grossi problemi con la mala vita locale.

Solo Carmen.

Carmen che mi ha informato di tutto.

La “mia” Carmen, come usavo chiamarla in modo confidenziale.

Lei era un pò innamorata di me.

Ma solo un pò.

Tre mesi di assenza e dovevo cominciare tutto daccapo.

Conoscere altra gente, superare la loro naturale diffidenza per gli stranieri, accettare i loro inviti con bistecca e torta di mele, lunghe discussioni sulle tendenze dell’arte moderna o sull’ultimo incomprensibile film di Woody Allen.

Woody Allen.

L’ho conosciuto proprio lì, nella sua New York, in un cinema della quattordicesima. Davano “Play it again, Sam” e, ricordo, prima di acquistare il biglietto, chiesi a dei ragazzi che uscivano dal cinema se il film valesse il prezzo del biglietto.

Le risposte furono unanimi e coerenti con la loro giovane età.

It’s very stupid” “J wanna my money back” “bastards, fuck off, nasty”  ecc.

Ma io, attratto dall’idea di conoscere il protagonista del film che  tanta parte degli spettatori aveva bocciato,  incuriosito da questo personaggio che pure era nato lì, e che era intriso di quella cultura e amava in modo viscerale il luogo in cui viveva, diceva difatti di sè

non posso immaginare di vivere in un posto che non sia Manhattan

acquistai il biglietto ed entrai proprio nel momento in cui il sosia di Humfrey Bogart dava dei consigli a Sam per come abbracciare e baciare una donna.

Una scena esilarante ed intelligente.

In Italia avevo anche io la pretesa di “aiutare” amici nel migliorare i rapporti con il mondo femminile e, spesso, avevo avuto una parte importante nelle loro unioni.

Il film mi piacque molto e, ricordo, ne trassi numerose considerazioni.

Oltre all’antico  difficile rapporto fra le persone (la classica  incomunicabilità della quale il nostro Antonioni era stato il portabandiera)   vi trovai  il senso del “miracolo” che consiste nell’incontrare la stessa persona, in questa città dove la gente corre dappertutto e per qualsiasi motivo, per ben due volte nell’arco della propria esistenza.

Gustave e Auguste (francesi Doc) furono, rispettivamente, realizzatore e scultore della Liberty Statue che campeggia sull’isola omonima, a quattro chilometri circa da Manhattam.

Gustave Eiffel avrebbe in seguito progettato la più maestosa torre mai concepita per quei tempi.

Ma la statua della libertà, beh la statua della libertà ebbe ed ha ancora oggi un fascino particolare ed è assurta a simbolo della città stessa.

Ricordo il giorno in cui per la seconda volta nel giro di una settimana mi ero recato a “visitarla” e vi avevo trovato (Allen insegna) la stessa persona che mi aveva cortesemente fatto notare, la volta precedente,  dei particolari che nessuno dei visitatori pareva avesse  osservato.

Se lei vuole, può raggiungere tranquillamente l’altezza massima della statua, che corrisponde, in pratica, alla fiaccola

Ed io non me lo feci ripetere più d’una volta e, armato di tanta buona volontà, giunsi fin lassù.

Un panorama  stupendo, ancora di più appariva grazie ad un improbabile sole invernale pomeridiano che dorava ogni cosa tutt’intorno.

Alcune persone che mi precedevano commentavano ad alta voce e, spesso, emettevano esclamazioni del tipo “Superbe! Magnifique!”

Una persona in particolare che parlava con la compagna,  in ogni frase del suo discorso ci metteva  sempre il nome “Eiffel”.

Sì, è stato lui, Eiffel, che l’ha progettata

e poi

Eiffel stesso si propose di accompagnare i pezzi della statua dalla Francia in America”

e poi

è certo che l’idea di Eiffel è stata vincente

e così di questo passo sino all’uscita.

Ma insieme a questi due signori c’era lei.

Giovanissima.

Nera.

Milioni di capelli neri.

Centinaia di millimetri di seno.

Decine di centimetri di gambe.

Due occhi.

No, due carboni ardenti!

Non poteva essere la loro figlia.

I due compagni erano bianchi come il latte.

Potrebbero averla adottata.

Oppure era la guida dell’albergo che li ospitava, oppure......ma che importava.

Dal preciso momento in cui l’avevo veduta, avevo cominciato a vivere.

Le domande spesso rimaste senza risposta, quelle della specie “esistenziale” del tipo “per cosa viviamo, dove andiamo da dove veniamo, esiste un creatore” avevano ottenuto immediatamente una, anzi, più risposte:

A)  Io vivevo per lei.

B)  Andavo dove lei andava.

C)  Venivo da un posto dove lei non c’era.

D)  Sì certamente che esisteva un creatore, e doveva essere  anche bravo, aveva creato lei!

Era nata a Fort de France, in Martinica e, sin da piccola era stata educata secondo le regole che usavano in Francia.

Faceva l’avvocato.

Suo padre, produttore di rhum, vantava origini nobili.

Diceva, infatti, di essere un cugino non tanto lontano di quella Giuseppina (Joséphine) Tascher, prima moglie nientemeno di Napoleone (dal quale, come tutti sanno, dovette divorziare) Joséphine Beauharnais.

La seguii sino al suo albergo e presi una stanza.

Ero come impazzito.

Adesso in America avevo due indirizzi.

Quello vicino allo Yankee Stadium, a nord del Bronx sull’East River dove vivevo da borsista ricercatore assieme ad un algerino naturalizzato francese che seguiva gli stessi miei studi e che se ne restava tutto il tempo chiuso in camera a scrivere alla sua ragazza in Bretagna.

E a Coney Island, vicino ad un parco di divertimenti per adulti (e per bambini) Astroland, in un alberghetto niente male.

Proprio niente male.

Ero felice e pregustavo già il dolce dei suoi baci.

Aveva, infatti, le labbra come il cioccolato (nella parte più interna alla bocca era cioccolato al latte) e la pelle splendeva come se qualcuno ci avesse cosparso della polvere d’oro.

Non esagero.

Era un fenomeno della natura.

Era lei.

Era Virginie.

 “Ci siamo visti nella statua, vi ricordate? Avete commentato con un “superbe” quando vi siete affacciati sul panorama. Adesso permettete che mi presenti, Ernesto

Virginie aveva sorriso  appena, i suoi accompagnatori invece, si  erano mostrati molto loquaci ed interessati alla novità che rappresentavo.

E fu allora che mi ricredetti sull’infallibilità del creatore.

Virginie, infatti, aveva un neo.

Un piccolissimo difetto sulle labbra.

Partiva una linea impercettibile bianca che le segnava in modo trasversale la perfezione della bocca.

Retaggio di un gioco infantile finito male, pensai.

Seppi in seguito che la causa fu la banale e discutibile distrazione di un dentista che, attratto da cotanta bellezza, aveva per un attimo perduto l’equilibrio che lo contraddistingueva ed aveva tagliato, con un piccolo bisturi, le labbra della ragazza.

Tutto sembrava molto facile.

Ebbi persino un bacio.

Un dolce e spontaneo bacio regalatomi da Virginie in occasione di alcune mie considerazioni allegre sulla gente che incontravamo.

Sei forte, sei veramente simpatico, sono sinceramente contenta di averti conosciuto” ed un bacio che appena sfiorava le mie labbra mi colse di sorpresa dalla parte delle labbra dove non c’era il segno.

Ero innamorato pazzo.

Già geloso dei passanti che la ammiravano (pochi, a dire il vero, per una abitudine dei newiorkesi di correre anche quando non fanno footing.)

Ebbi persino un gesto di stizza quando, dopo che avevamo deciso di visitare il Metropolitan Museum, lei si era soffermata in modo testardo davanti ad un quadro di Manet.

Il chitarrista spagnolo” la fece distrarre da me a tal punto che pensai che stesse dormendo ad occhi aperti.

Non mi sbagliavo.

Noi uomini innamorati diventiamo improvvisamente più sensibili e percettivi.

Mi confessò, infatti, che a scuola di francese, nell’ora di storia dell’arte e, precisamente, mentre si studiavano i movimenti dell’era della bella epoque, lei aveva adocchiato un compagno che assomigliava in modo impressionante al chitarrista del quadro galeotto.

E glielo aveva fatto notare.

E, della qual cosa, lui era rimasto contento e sconcertato allo stesso tempo e..........l’aveva baciata.

Un bacio vero, questa volta!

Ed era stato come un vaccino.

Quel bacio l’aveva immunizzata da qualsiasi altro attacco virulento.

Solo lui!

Quando uscimmo da quell’edificio (la mia mente non aveva registrato nulla, nemmeno il tesoro egizio che, giustamente,  era il vanto  dell’intero museo) la mia muscolatura era afflosciata a tal punto da sembrare ingobbito.

Lo sguardo vago, sordo come una campana, solo i nervi tesi come una corda di chitarra.

Non quella del quadro maledetto!

Passeggiammo sino al Central Park e vi entrammo.

La gente era felice.

Innamorata della vita.

Pedalava.

Correva.

Si urtava.

Era seduta sull’erba.

Semplicemente accarezzava un gatto o lanciava lontano un bastone per il proprio cane.

E nella fontana, la Bethesda Fountain, al di là della quale un tranquillo laghetto fungeva da sicuro porto per decine di piccole imbarcazioni, nella fontana centinaia di persone si rinfrescavano e ringraziavano il cielo che dava loro certe intense sensazioni.

Ed io lasciai la mano di Virginie in modo del tutto naturale e lei si staccò altrettanto spontaneamente.

Io andai verso destra, lei dall’altra parte della fontana.

Ma alla fine del cerchio non ci siamo incontrati.

Mai più. 

Scalando, in ascensore, il Chrysler Building, una sensazione di dejà vu mi pervase intensamente il cervello.

Dove avevo vissuto quella scena e in quale momento della mia esistenza?

Forse un’altra vita?

Le pareti di legno laccato emanavano un odore forte che mi faceva tornare alla mente una scena (forse un film, oppure un sogno).

Le pareti dell’ascensore scricchiolavano in modo pauroso e il pavimento, anch’esso di legno, emetteva dei rumori al minimo movimento dei piedi.

Tutti i passeggeri guardavano all’infinito o indirizzavano il loro sguardo verso un punto qualsiasi della porta, assumendo atteggiamenti come se volessero comunicare agli altri che la prossima fermata sarebbe stata la propria.

Solo un uomo sorrideva.

Sorrideva beato con sé stesso come per convincersi che sì, ce l’aveva fatta, aveva superato un problema o un esame o una prova davanti la quale la vita lo aveva messo di fronte.

Ad un certo punto aveva anche battuto il pugno della mano destra su quella sinistra:

Sì! Sì! Sì!

Era la soddisfazione personificata.

Dopo circa due minuti di “viaggio” insieme, la porta, finalmente si aprì al  trentanovesimo piano e l’uomo uscì.

Ed io, in modo totalmente automatico, uscii.

Finalmente ebbi la risposta ad una paradossale situazione che si era creata.

L’uomo, infatti, mi rivolse la parola e mi disse che mi conosceva.

Incredibile!

Era il segretario dell’Istituto presso il quale studiavo.

E aggiunse che non poteva non ricordare una testa rossa e riccioluta come la mia.

Iscritto alla facoltà di architettura, Marc era salito sul Chrysler perchè, secondo lui, il grattacielo rappresentava in modo stupefacente un periodo culturale, l’Art Déco, che tanta parte importante aveva rappresentato nella sua vita e nella sua carriera di studente.

In poche parole continuò a spiegarmi che la struttura del grattacelo era di natura metallica e, secondo le intenzioni dei progettisti, doveva ricordare le griglie del radiatore delle auto (le Chrysler appunto).

Ancora una volta mi tornarono alla mente Woody Allen e gli incontri impossibili.

Mi disse poi che aveva una autorizzazione speciale per accedere ad un terrazzo all’ultimo piano.

Un panorama da mozzafiato!

Ed un ricordo che bruciava ancora.

Era Virginie (quella della Statua).

Ancora Verginie.

Forse per sempre.

La denominazione Art Déco deriva dall'abbreviazione di Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes, mostra primigenia sul design tenutasi a Parigi nel 1925. E via verso la New York Public Librery che con i suoi nove milioni di testi doveva pur avere qualche informazione in più sull’argomento che ci stava appassionando.

Ma, come spesso succede, non solo in questa città, fummo attratti da una orchestrina che improvvisava musica jazz e, nel frattempo, pubblicizzava non so quale detersivo.

La musica era piacevolissima e i suonatori cercavano di accontentare un pò tutti i curiosi che  si soffermavano ad ascoltare.

Noi giungemmo proprio mentre il gruppo si rivolgeva ad  una coppia di francesi in luna di miele con la trasposizione jezzistica di “la vie en rose” e facemmo appena in tempo a scorgere due grosse lacrime scendere sul viso della sposina.

Poi entrammo finalmente in libreria e qui un’altra sorpresa musicale.

Un gruppo di sassofonisti suonava un vecchio successo di Yves Montand e Jaque Prevert “Les feuilles mortes” e fu qui che mi “accodai” ad un sommesso coro di persone che ripetevano, quasi bisbigliando, le parole di quella dolce canzone.

Ricordo che rimanemmo tutto il pomeriggio senza prendere alcuna decisione.

Un toast, un succo di arancia ed un aromatico sigaro cubano posero la parola fine a quella giornata.

Non comprammo nulla, ma uscimmo ugualmente con un paio di grosse buste piena di offerte speciali, foto, depliant, calendari e cartoline.

Dobbiamo assolutamente rivederci, magari per una partita a scacchi

Ciao

Ciao

E ci ritrovammo per quella famosa partita, stavolta grazie ad un preciso appuntamento, proprio sotto l’Arco di Trionfo dedicato a George Washington nel Greenwich Village.

La giornata era calda e la gente si affollava nel “Village”, come usa chiamarlo qui, proprio dove una grande distesa verde forma un ennesimo parco, quello del  Washington Park, pieno di gente d’ogni razza e colore, artisti di strada, musicisti improvvisati, giocolieri, cantanti.

Ma noi eravamo intenti e concentrati sulla scacchiera di madreperla e per ben tre ore restammo a guardarla, ogni tanto sollevando gli occhi verso “il nemico” per scorgervi una sia pur minima indecisione.

Alla fine dovetti cedere e dichiararmi vinto per scacco matto.

Nulla di grave, anche se il mio amico volle festeggiare facendosi scattare più foto al centro del famoso Arco.

In fondo poteva permettersi questo lusso.

Mi ricordò, infatti, che se fossimo stati in Francia, a Parigi, esattamente a Place De Gaulle, non avremmo potuto fermarci tanto tempo sotto l’imponente mole dell’Arco con tutta quella  folla di turisti e il grande numero di auto.

E poi via verso un locale pieno di studenti ed artisti a “pagare” in modo tangibile la sconfitta.

Il Boxer Pub ci accolse con quella particolare atmosfera classica irlandese piena di luci e di persone assetate.

Due Guiness spillate al momento e due uova sode con molto pepe ci fecero dimenticare il resto del mondo.

E quelli erano i momenti dedicati alle confessioni.

Sai” ed un sorso di birra

Ho conosciuto......” ed un altro sorso

Chi hai conosciuto?” un sorso un pò più lungo

Ho conosciuto una ragazza

Non mi dire

Te lo sto dicendo. Si chiamava Virginie.”

Mi dispiace

Cosa?”

Mi dispiace. E’ morta?”

Ma cosa dici, non è morta, o forse hai ragione, è come se lo fosse”

“Mi ha lasciato per un quadro”

“Le volevi vendere un quadro?”

“Ma no!!!”

Ho capito, ti ha rotto un quadro in testa per punirti della tua freddezza e poi ti ha lasciato

Non hai capito niente, non ero affatto freddo nei suoi confronti, mi piaceva molto

Non t’arrabbiare, sto scherzando, l’ho notato fin dall’inizio in cui ci siamo incontrati che l’altro sesso ti attrae notevolmente” e, a questo punto mi prende la mano (avrei voluto sprofondare!) e mi dice che non dovevo preoccuparmi e che era già impegnato con un altro uomo e,  anche se mi trovava estremamente attraente, fra noi non ci sarebbe potuta essere altro che una grande amicizia.

Arrivai a casa che era già notte inoltrata.

La metropolitana non funzionava per uno sciopero dei trasporti, al quale, però non avevano aderito (naturalmente!) i tassisti abusivi.

L’uomo che guidava l’auto mi squadrava attraverso lo specchietto retrovisore e dondolava la testa come se stesse seguendo un ritmo di una canzone.

Prima di far salire qualcuno ci faccio la radiografia, e non mi sbaglio mai: Si vede che lei è una brava persona

Non risposi.

Non mi interessava quella conversazione.

Le problematiche dei tassisti di notte, i rischi che correvano, la gente strana che andava in giro.

La mia mente era altrove.

Avevo un amico gay!

Una persona colta ed intelligente ma.......

Mi chiedevo come avrei potuto mandare avanti quel rapporto d’amicizia  non considerando “quella cosa”.

A Parigi avevo conosciuto molti gay ed uno in particolare mi aveva proposto di entrare in società con lui nella gestione di un bar ristorante.

La proposta era allettante.

E stavo per rispondergli che sì, per me andava bene ma, alla fine, non se ne fece  nulla.

I pettegolezzi e la gelosia del compagno avevano preso il sopravvento sugli affari e avevano reso il nostro rapporto impossibile......

Decisi di partire., ma non potevo pensare di vivere a New York con le sole forze economiche dei miei.

Cercai un lavoro attraverso gli annunci e, come spesso succede in questi casi, lo trovai in un ristorante.

Avevo già lavorato in un pub come direttore di sala e, pertanto, il mattino seguente (quello della partita a scacchi) mi svegliai con il preciso intento di recarmi sul posto..

Il Lincoln Center è il centro culturale più importante di New York.

E’ dedicato interamente alle arti drammatiche come il teatro, l’opera, la danza, i concerti.

Io avrei voluto e potuto intraprendere qualsiasi lavoro, ma, nel contempo, avevo l’impellente bisogno di immergermi in un ambiente che non fosse intriso di olio di frittura soltanto.

Il Lincoln è un imponente complesso di otto isolati situato nell’Upper West Side, tra Broadway e la Columbus Avenue

Otto isolati i cui edifici, nonostante siano stati progettati da architetti diversi, rappresentano un insieme omogeneo ed armonioso.

E l’armonia regna in questa parte della città in cui lavorano circa seimila persone e, attraverso la quale più di cinque milioni di persone annualmente “godono” di spettacoli che nutrono i loro spiriti.

Quando ci arrivai non potei fare a meno di soffermarmi davanti alle insegne e dovetti deviare con forza la mia voglia di “godere” di quel nutrimento.

Il ristorante presso il quale l’ufficio di collocamento mi aveva indirizzato era “francese”.

E francesi erano i camerieri, il patron e i cuochi.

“On parle français” c’era scritto sulla vetrina e l’ambiente, il personale, l’atmosfera tutta mi riportava ad un vecchio bistrot della Parigi di trent’anni fa.

“Bonjour Monsieur” mi avevano preso per un cliente.

“Bonjour Monsieur”

“Mais vous parlez français?”

« Oui, monsieur, Je parle français . Je suis Ernesto et Je suis ici pour travailler »

Stabilimmo le mie mansioni, il salario e l’orario di lavoro.

Mi presentarono a tutto il personale e, come succede spesso in questi casi, trovai subito simpatiche alcune persone e “difficili” altre.

Pensai che comunque anch’io sarei apparso ai loro occhi simpatico o “difficile” e così i conti tornarono.

La clientela era del tipo raffinato-intellettuale-scic ed io ero felice perché avevo la possibilità di avvicinare gente veramente interessante.

Cosa notevole era il fatto che potevo ascoltare le loro conversazioni e, spesso, le discussioni partivano da Napoleone Bonaparte per giungere alla regina Antoinette,  da Sartre a Simone de Beauvoir da Chirac a De Gaulle.

Qualche volta  criticavano la politica del governo in quel momento in carica in Francia, qualche altra volta  affrontavano il   problema delle colonie e dell’immigrazione.

Insomma una vera enciclopedia francese (il famoso Dictionnaire) a portata di....orecchie.

Ma il fascino delle donne francesi non è una favola.

Certamente non è bello generalizzare e dire, per esempio che le donne italiane siano belle e che quelle russe disponibili (oltre che belle!) che le spagnole siano allegre (e belle!) e che le algerine siano sensuali (e bellissime!) e che le francesi siano affascinanti.

Ho veduto delle giapponesine che mi hanno sconvolto la vita e una volta ho conosciuto una ragazza che era nata a nord della Cina, vicino al confine con la Mongolia,  che ha avuto il potere di paralizzare tute le mie facoltà.

E non sono facile, non sono affatto facile nei giudizi e nelle scelte.

Ma Fanny fu un vero miracolo.

Fanny la violinista francese.

Era entrata nel ristorante da sola, con una eleganza ed un garbo che subito aveva attirato l’attenzione dei due proprietari del locale.

Ricordo che mi vennero incontro e mi chiesero gentilmente di farmi da parte perché “quella” l’avrebbero servita loro.......a dovere!

A malincuore dovetti deviare le mie attenzioni verso un anziano signore anche lui entrato da solo.

I due padroni (Jhonny e Timoty) si rivelarono subito una frana e sollecitarono l’immediata  reazione di Fanny che, avendo alle spalle secoli di esperienze di seduzione, non fece fatica ad attirare la mia attenzione, scavalcando con eleganza i due proprietari.

Sono a New York da una settimana ma credo di aver visto veramente poco della città

e aggiunse

cerco un amico col quale dividere l’esperienza di una visita ad Harlem e sono disposta a pagare per tutto il tempo.........”

La tentazione di essere “pagato” era forte (avrei potuto acquistare uno strumento musicale usato, il sassofono, che corteggiavo già da tempo e che faceva bella mostra di sé in una vetrina di un negozio nella trentanovesima) ma dovetti farmi forza e dirle che l’avrei accompagnata volentieri, e solo per amicizia.

Il giorno dopo, alla fine del mio turno di lavoro, uscii dal ristorante e me la trovai all’angolo della strada.

Elegante, flessuosa, raffinata e alta, troppo alta..........per me!

Cercai d’assumere un atteggiamento professionale, come se avessimo un appuntamento d’affari (in parte avrebbe potuto esserlo) e le dissi subito che dovevo correre a casa per cambiarmi d’abito oppure,  che fosse lei a indossare un abito più idoneo al quartiere  che avremmo visitato.

Mi sembrava, quest’ultima, la soluzione migliore.

Lei mi rispose che era d’accordo e mi chiese di andare comunque a casa mia perché nella sua borsetta aveva già un vestito più leggero e sportivo.

Prendemmo un taxi che volle a tutti i costi pagare.

A casa cercai di essere il più discreto possibile ma lei mi mise in serio imbarazzo quando mi chiese di abbottonarle il vestito.

Aveva delle mutandine invisibili.

Un profumo il cui aroma riconobbi immediatamente

Era lo Chanel numero cinque.

Un arco  partiva dalle spalle e giungeva fino al coccige (ricoperto abbondantemente da un paio di muscolosi lombi).  Quando si girò i suoi occhi erano pieni di rimprovero. Probabilmente avrebbe voluto essere abbracciata.

Accarezzata.

Avrebbe voluto essere baciata!

Ma era troppo più alta di me.

Ed io non ero certo che volesse veramente farlo.

Mi sentivo in imbarazzo.

Mi sentivo più basso di quanto non lo fossi in realtà.

Le proposi allora di bere qualcosa e di ascoltare un pò di musica.

Al sassofono Charly Parker, al pianoforte Thelonius Monk.

Una accoppiata vincente per due amici amanti del jazz.

Ma Fanny non era dello stesso avviso e, dopo pochi minuti, cominciò a sbadigliare.

(I suoi eroi restavano Vivaldi e Paganini)

Dovetti cercare di  inventarmi qualcosa prima che la situazione precipitasse. Non mi venne nulla di originale, solo:

Usciamo, ti prego, ho voglia di prendere aria.”

Che figura meschina!

Lei si cosparse di profumo francese e mi seguì senza aggiungere  parola.

L’atteggiamento era quello del tipo:

L’uomo sei tu, decidi, io ti seguo

Io allora presi l’iniziativa, chiamai un taxi e volammo di filata sulla Lennox Avenue.

Non fu un’idea geniale. 

Ci trovammo, infatti, immersi in un ambiente dall’aria irrespirabile.

Una grande massa di immondizia  fermentava per strada nel bel mezzo di edifici.

Diroccati o fatiscenti, questi edifici erano  testimonianza di uno stato di grande povertà e di degrado.

Fortunatamente Fanny ebbe l’idea di visitare una chiesa (i cui fedeli erano Battisti-Metodisti-Pentecostali ) e fu qui che mi dovetti dar da fare per riconquistare il suo cuore.

Avanzai di poco i suoi passi e, una volta trovatomi due scalini sopra di lei, l’abbracciai con un ardore che, a dire il vero, meravigliò me per primo e, finalmente, la baciai. 

Fu un bacio appassionato, lungo e pieno di significati.

Alcuni fedeli di colore si fermarono a guardarci sorridendo compiaciuti.

Dei bambini ci girarono intorno.

In lontananza campane di una chiesa cristiana (l’Abyssinian Baptist Church) cominciarono a suonare.

Fu una festa.

Una festa alla quale parteciparono stormi di rondini e colombi.

Questi ultimi erano però previsti per un matrimonio che si stava svolgendo a pochi metri da noi.

In chiesa ci accolse un coro di decine di voci “nere” che intonavano un “alleluia, alleluia, il Signore c’é, alleluia, alleluia io lo vedo nel tuo cuor”.

Come sono belli questi “neri” quando cantano!

I bambini, poi, sono del color del cioccolato, da mangiare...con gli occhi!

Fanny era visibilmente commossa ed io volli consolarla appoggiando sulla sua spalla il mio braccio.

Ma lo tolsi subito dopo.

Non era una bella immagine da vedere.

Lei capì e si sedette.

Ed io la seguii.

Quegli uomini e quelle donne che allora beatamente intonavano “gospel” con tanta dolcezza e partecipazione, altro non erano che i figli e le figlie di schiavi che ad Harlem avevano vissuto negli anni passati e che attraverso la sofferenza e la consapevolezza erano “cresciuti” nei loro figli e nelle loro figlie. 

Mi bisbigliò allora che nei suoi studi di letteratura francese le era capitato di leggere di un certo movimento culturale, filosofico e politico nato nella Parigi degli anni trenta ad opera di scrittori ed intellettuali neri che propugnavano la ripresa delle tradizioni culturali africane in contrasto con il crescente razzismo degli uomini bianchi.

A questo movimento, il cui nome era “Negritude” avevano partecipato nomi del livello di Picasso e di Jean Paul Sartre.

Io le dissi che ammiravo moltissimo Sartre e che uno dei  suoi drammi, “la prostituta timorata” mi aveva colpito sin da quando, da giovane, avevo frequentato, a Parigi, un gruppo teatrale di dilettanti.

Ricordavo bene quel tempo e i momenti felici vissuti assieme ai ragazzi.

Fra questi c’era Joséphine.

Dalla pelle ambrata, gli occhi a mandorla, le labbra rosse e lo sguardo di gazzella in amore.

Aveva un fratello nel Texas.

Tutti l’amavano.

Persino le ragazze.

La sua forza era la dolcezza, il garbo, l’eleganza.

E la voce.

Era Josephine Baker rediviva.

Anche lei frequentava il “Cotton club” a Parigi, anche lei era famosa per la sua grande esuberanza e per lo stile di vita molto libero.

Per la “parte” di prostituta nel dramma di Sartre, la costringevano a truccarsi di bianco.

E lei era al centro delle attenzioni degli attori e degli spettatori ed io..........

Ma Fanny  mi interruppe

“Sono stufa di sentirti parlare di questa Josephine, ti prego cambiamo discorso e posto”.

Un taxi ci portò via da quelle chiese, da quei palazzi fatiscenti, da quel degrado, da Broadway,  così velocemente che non ebbi il tempo di indicare alla mia compagna l’”Apollo” il teatro più famoso di Harlem .

Tristemente famoso per il fatto che fino al 1934 l’ingresso era riservato ai soli “bianchi”.

E i bianchi li trovammo subito dopo aver affrontato Broadway con le insegne luminose accese già nel primo pomeriggio, con i suoi trenta teatri, con i pub e i ristoranti, i night club ed i bar.

La più antica strada di New York ricorda un passato non molto glorioso e del quale gli Americani non sono orgogliosi.

La strada, infatti, vecchia pista indiana, venne costruita interamente da braccia di negri (schiavi) ai quali non fu permesso di abitarci, di frequentarne i locali, di lavorare liberi.  

Ma fortunatamente questa parte “triste” del viaggio con Fanny venne subito cancellata e sostituita dall’entusiasmo con il quale mi chiese di andare a fare “shopping” nel più vasto grande magazzino del mondo, il Macy’s.

Non fui molto entusiasta dell’idea.

Avevo infatti programmato mentalmente di tornarcene a casa per un momento di relax davanti alla tv con birra, pizza e film in bianco e nero. (Sapevo che avrebbero proiettato per l’ennesima volta il più grande di tutti i tempi: Casablanca)

E Fanny, come se m’avesse letto nel pensiero mi “rispose” che anche per lei andava bene tornare a casa.

Un vero fenomeno quella donna!

Il fatto che mi leggesse nel pensiero non mi piaceva del tutto..

Però, in fondo,  poteva tornarmi utile.

Non ero un dongiovanni e odiavo usare tecniche di approccio da telefilm.

Certo  comunicarle la mia voglia di portarmela a letto attraverso lo sguardo sarebbe stata la soluzione più idonea.

Oppure avrei potuto iniziare il solito discorso dello scopo della vita, della natura della donna, di “certe” esigenze dell’uomo, oppure ancora........ma a questo punto Fanny cominciò a spogliarsi con una mano e con l’altra mi attirò a sé per “zittire i miei pensieri” con un dolce bacio.

Io sollevai sensibilmente la punta dei piedi e credetti di essere all’altezza della situazione.

A letto fui un fenomeno della natura e la conquistai in modo definitivo.

Lei mi premiò per ben tre volte con una medaglia dell’amore appuntata sul mio petto (onoreficenza che consisteva nel mordermi e lasciarmi il segno all’altezza della seconda costola a destra (di chi guarda).

Parti con me

mi disse

e mi farai felice

Voleva riportarmi in Francia.

Io le dissi che non potevo lasciare la scuola di sperimentazione che frequentavo oramai da due anni senza aver concluso gli studi.

Allora lei  mi chiese quanto tempo mi necessitava.

Ed io calcolai non meno di sei mesi

Sei mesi?” si spaventò

Non ti spaventare, sei mesi passano subito” la rassicurai

Ma sai cosa significa essere soli a New York? Troverai certamente qualcun’altra, al ristorante, a scuola, in biblioteca............vedrai, tutto cambierà e anche tu sarai diverso,.......sei mesi.........”

e mi guardò preoccupata ed implorante

“Non tutti si guastano........” le risposi

Bisogna avere un pò di fiducia nella gente”

Mi guardò fisso negli occhi, stette zitta per un momento lungo qualche secondo e poi mi sorrise come per comunicarmi di aver imparato la lezione.

Ti aspetto”.

“Non ti libererai di me. Aurevoir. A bientot. Bisut. Bisut. »

L’accompagnai all’aeroporto e fu lì che le detti l’ultimo bacio. Proprio sulle scale mobili, io sopra di due scalini.

Passarono settimane e settimane senza che nulla di importante cambiasse il corso “normale” della mia vita.

Finché un giorno non si presentò al ristorante dove lavoravo Marc.

Aveva due biglietti per il teatro, nientedimeno per il Metropolitam Opera House, dove si teneva la “Carmen” di Bizet.

Dimenticai i problemi che sarebbero potuti nascere con Marc. (Non mi chiesi, infatti, come mai avesse invitato me piuttosto che il suo amico del cuore)

E due sere dopo ero in terza fila con Marc e Myldred ad ascoltare, in francese, una delle opere più belle mai composte al mondo.

Quando il mezzo soprano intonò l’Habanera, mi sentii stringere il cuore dall’emozione.

E Myldred ebbe una reazione che non mi sarei per nulla aspettato.

Prese la mano di Marc e la strinse forte, fino a fargli male.

Che cosa stava succedendo?

Mi chiedevo.

La risposta venne fuori alla fine della serata, davanti a una bottiglia di champagne californiano in un ristorante del quartiere di SoHo.

Il vero nome del quartiere è South of Houston street, celebre per essere un vivace ritrovo di artisti e per la presenza di numerose gallerie d’arte.

Regno delle “loft” vecchi magazzini in disuso che, a partire dagli anni settanta, erano stati trasformati in abitazioni studio da tutti quegli artisti che non potevano permettersi una casa e un laboratorio separati.

E il loft di Mildred era lì, a pochi passi da dove stavamo cenando.

E Marc, “convertito” bisessuale era lì che pendeva dalle sue labbra.

Mildred l’aveva “rapito” al mondo gay grazie alla sua grande carica erotica, ma anche grazie alla sua spiccata sensibilità per cui non si poteva che ammirarla e innamorarsene.

La facciata del magazzino di Mildred era, come quasi tutte quelle intorno, in cast-iron (ghisa) lavorata ad imitazione della pietra ed era dichiarata dall’amministrazione pubblica “monumento nazionale”

Myldred, pianista in un gruppo orchestrale,  aveva sconvolto la vita di Marc e lui voleva festeggiare con un vero amico l’avvenimento.

Ed io fui felice per lui.

E glielo dimostrai scolandomi un’intera bottiglia di vino. Naturalmente alla fine dovettero accompagnarmi a casa, affrontare le scale con un peso come il mio sulle braccia, frugare nelle mie tasche per cercare le chiavi e, finalmente, mettermi a letto.

Domani io e Mildred faremo una gita sull’Empire State Building, spero ci sarai, ciao

Annuii senza capire una sola parola.

Al numero 350 della quinta avenue trovammo l’Empire.

Marc volle subito metterci al corrente che a volere quel grattacielo (più alto del Crysler di ben sessanta metri) fu la General Motors, società automobilistica a cui il padre di Marc, Benjamin, aveva apportato grandi idee e persino una invenzione (il tergicristallo temporizzato).

Il padre di Marc doveva essere stato un uomo interessante e persino affascinante.

Questo lo si poteva dedurre dallo sguardo sognante col quale il figlio ci raccontava dei suoi interessi e delle sue ambizioni.

Quando due lacrime scesero sul suo viso, Myldred non esitò ad abbracciarlo e a consolarlo baciandolo più volte sugli occhi.

Marc si riprese subito dopo e iniziò, come al solito, a farci da Cicerone.

Fra le tante informazioni interessanti e divertenti sul grattacielo, ci disse che una delle caratteristiche più notevoli e particolarmente suggestiva consisteva nel fatto che dalle nove di sera a mezzanotte gli ultimi trenta piani dell’edificio si illuminavano di tanti colori quante erano le manifestazioni a cui aderiva.

A seconda delle circostanze i potenti fari emettevano i colori verde e rosso durante le festività di  Natale.

Blu bianco e rosso a luglio durante la festa dell’Indipendenza.

Verde a San Patrizio. 

Rosa, (colore proiettato quel giorno) al Gay’s day.

Io e Myldred ci guardammo e scoppiammo in una grossa risata. Marc ci riempì di pugni indispettito dalla nostra reazione.

Siete dei veri bastardi” disse e aggiunse “non avete rispetto per niente e nessuno

Ma Myldred lo abbracciò ancora una volta e tutto finì con una grande bevuta giù in un bar irlandese all’angolo della trentaquattresima strada.

Dobbiamo trovargli una ragazza

disse Marc finendo una birra rossa e attaccando l’altro boccale.

Hai ragione, so già chi fa al caso suo” confermò Myldred.

Io dissi loro che non avevo bisogno di aiuto per trovarmi una ragazza e che, comunque, preferivo restare solo.

Ero troppo preso dal mio lavoro a scuola e da quello al ristorante.

Ma Myldred insistette sull’argomento e scommise un altro boccale di birra che, allorché avessi visto Rose Anny, avrei cambiato idea.

Bevemmo comunque il boccale della scommessa e tanti altri ancora finché, ubriachi e felici per quella speciale amicizia che era nata, un taxi non ci accompagnò a casa di Marc e quella sera finì nel nulla assoluto, nella nebbia dell’alcool.

Ma già una settimana dopo quell’incontro ricevetti una strana e inaspettata telefonata: “Ciao, sono Rose Anny, l’amica di Myld, oggi sono occupata ma domani sono libera l’intera giornata, spero di incontrarti, ho sentito molte belle cose sul tuo conto, ciao, a domani”.

Venne a trovarmi al ristorante.

Dovetti superare lo sguardo indagatore dei due proprietari che sicuramente si chiesero dove trovassi facilmente tante belle donne. 

Uscii e mi resi conto di aver perso la scommessa (quella con Myldred).

Rose Anny era un incanto.

Fisicamente  una bomba!

Ma la sorpresa divenne ancora più interessante quando cominciai a conoscerla meglio. 

Una spiccata personalità (l’avevo cominciato a intuirlo sin dalla prima telefonata).

Una cultura del mondo che la circondava.

Un senso  curioso di vedere le cose.

Una partecipazione.

L’amore per la vita.

L’allegria.

La gioia di stare al mondo.

Con me!

Un vero peccato averla conosciuta così tardi.

Perché tardi?” mi chiese

Le risposi che avevo bisogno di respirare l’aria di casa.

Era necessario che tornassi a Parigi a “bagnarmi” nella Senna.

Nemmeno un bacio fra di noi.

Solo lunghe discussioni su Irwin Shaw, nato proprio lì ed educato al Brooklyn college.

Su Samuel Shipman, anche lui nato a New York.

George Gershwin. 

Arthur Miller.

Eugene O’Neill.

Era settembre e potevamo permetterci di stare all’aperto.

Seduti su di una panchina al Central Park o sotto il Brooklyn Bridge di sera, con la luna piena.

Lei continuava a parlarmi di “Morte di un commesso viaggiatore”, e di come questa piece teatrale fosse stata accolta in tutto il mondo, persino al di là della cortina di ferro.

Mi parlava della setta del Ku Klux Clan,  della loro arretratezza, della barbarie e dell’ignoranza che vi regnava tra i suoi componenti.

E mi guardava, affascinata, per come io fossi interessato a tutto quello che mi raccontava, a come riuscivo ad ascoltarla, senza interromperla, magari per ore intere.

Sembrava sperasse di riuscire  a distrarmi dal proposito di voler partire.

La sua allegria mi contagiava sempre di più.

Settembre a New York è tutto quello che un uomo possa sperare di avere dalla vita.

Ma se sommiamo Settembre, New York e Rose Anny allora, beh allora.........

Allora vieni o no?” mi disse, trascinandomi letteralmente verso le

Twin Towers.

Vedrai, ci divertiremo

La sua idea era quella di salire sul terrazzo delle torri, io a quella di destra e lei sull’altra.

Ci saremmo potuti vedere e salutare per mezzo dei potenti binocoli che vi erano installati.

Ci parleremo a segni” quelli che usano i ragazzini per gioco.

Che allegria e che spensieratezza, una vera fortuna averla incontrata!

Lei mi indirizzò verso la Trinity Place street all’angolo della Liberty street, mi lasciò la mano e corse via.

Ci vediamo sù

e sparì.

Io rallentai la corsa perché una incredibile nube di polvere mi investì il volto e mi costrinse ad arretrare.

Tossivo fortemente per aver inghiottito quel fumo e parte del contenuto  della nuvola.

Frammenti di legno, carta, plastica, vetro.

Istintivamente cercai un posto di ristoro, un bar, un negozio qualsiasi.

Avevo bisogno impellente di bere.

La gola secca non mi permetteva di emettere alcun suono.

Finalmente un drug store.

Entrai ma ne uscii subito dopo.

Un uomo in divisa mi prese per mano e mi portò via per non so quante centinaia di metri e per quanto tempo.

Rimasi quindici giorni chiuso in casa.

Non mangiai nè bevvi.

Quindici giorni perchè non fu possibile partire prima.

Nessuno poteva muoversi da New York.

Rose Anny* era stata trovata per terra senza alcuna ferita.

Una smorfia sul viso pareva volesse comunicare a chi la trovò che era morta col sorriso sulle labbra.

Oppure:

Non vidi più Rose Anny. Era scomparsa nella nuvola di detriti e di polvere come un angelo. Seppi in seguito da Marc e da Myldred che quell’angelo aveva partecipato con tanta altra gente a mettere in salvo un’intera classe di bimbi di una scuola materna. e che, dopo la tragedia di quel maledetto settembre,  aveva adottato uno dei bambini rimasto orfano, e gli aveva dato il mio nome: Ernesto

 

Parigi, dall’oblò dell’aereo, mi parve più luminosa del solito.

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