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I finalisti
Arturo d'Attilio La fuga
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Il volo non era stato un granché. Il posto non mi sembrava un granché. Ed un granché non era neanche il mio umore. Normale per uno che stava scappando.
Il sole stava tramontando ma faceva ancora tanto caldo, quel caldo umido che ti toglie il respiro. Misi in moto la macchina ed attaccai subito l’aria condizionata. Neanche sapevo che razza di macchina mi avevano dato. Era una berlina, una di quelle macchine che sembra non muoversi su ruote ma su un cuscino d’aria. Un motore, una carrozzeria ed una serie di accessori montati sulla cosa piu’ importante di tutto il mezzo: gli ammortizzatori.
Mi resi subito conto che Sarasota era poco piu’ grande di un paese. Il centro era tutto intorno ad una piazza, poi le strade che da li’ si dipartivano, dopo poche centinaia di metri finivano nel nulla o in riva al mare. Trovai un albergo quasi per caso, mentre cercavo un parcheggio. Era una albergo piccolo ma pulito, una palazzina di colore verde chiaro con le finestre bianche. Una camera 70 dollari. I prezzi erano triplicati!
La camera dell’hotel dava proprio sulla spiaggia. Una spiaggia bianca, lunga e semideserta. Sistemai le mie cose nell’armadio e nei cassetti, mi feci una lunga doccia e mi cambiai. Ero stanco: non sopportavo i voli lunghi. Mi venne da pensare alla prima volta che avevo fatto un volo transoceanico. Ero giovane allora e vivevo ancora in Italia. Era un volo Roma/Madrid/Santo Domingo con una compagnia privata di quart’ordine, la Mendoza de Aviacion. Ed era il volo inaugurale. Era tutto di seconda mano. L’aereo, un B707, era della Saudia, le poltrone dell’American Airlines, i poggiatesta della British Airways, le hostess ed i piloti chissà da dove venivano! E pensai a quello che avevo combinato appena arrivato a Santo Domingo. Altri tempi, altre storie. Altra vita.
Ripresi l'auto e mi diressi verso la piazza. Parcheggiai davanti ad una farmacia e scesi a cercare un posto dove mangiare qualcosa di accettabile. Sulla piazza c’erano un McDonalds, un Chickenburger, un messicano ed un ristorante che aveva tutta la supponenza del locale chic, uno di quelli dove ti spennano ed il più delle volte torni a casa con la stessa fame con cui eri entrato. Infatti era vuoto. Scelsi il messicano.
Uscii con 25 dollari in meno ed un bruciore di stomaco in piu’. Era buio ormai, ma dovevo ancora aspettare che si facesse l’ora giusta. Entrai in uno store. Persi un po’ di tempo a guardare sugli scaffali e nelle vetrine. Poi mi misi a cercare una carta telefonica. Ne comprai 4 di altrettante società diverse. Volevo essere sicuro che almeno una avrebbe funzionato. Mentre c’ero, comprai anche una confezione di tavolette antiacido.
La sera aveva rinfrescato un po’ l’aria e la piazza si era riempita di gente che camminava senza una meta precisa. C’era un po’ di folla di fronte ad un gelataio e davanti ad una pizzeria che sapeva vagamente di italiano.
Composi il numero. “Pronto?” “Sono io…” “Ci sei?” “Si’, ci sono…” “Allora domani, alla stessa ora…” “Ok…”
La telefonata fini’ come doveva finire, con un clic. Senza saluti, senza convenevoli, senza nient’altro che un clic.
Mi svegliai con un senso di disgusto. Forse c’entravano i tacos della sera prima. Forse c’entrava la vita. Ma il disgusto comunque c’era. Arrivò puntualissimo all’appuntamento. Aveva un paio di rayban a goccia, di quelli che non si vedono piu’ da anni. Una paio di jeans ed una maglietta bianca. Abbronzato com’era poteva sembrare uno che viveva da quelle parti.
“Ti trovo bene…” “Anche tu sei sempre lo stesso…” “Beviamo qualcosa?” “No grazie, facciamo in fretta…” “Come vuoi…” “Qui dentro ci sono i trecentomila…” “E gli altri?” “Gli altri se ne sono andati, bello…” “Cosa significa?” “Quello che ti ho detto… via, finiti, volatilizzati…” “Li hai persi al gioco?” “Quello che ci ho fatto non sono affari tuoi…” “Eh no… direi anzi che sono proprio affari miei… che cazzo ci hai fatto con gli altri duecentomila?” “Sono serviti per le spese…” “Che spese?” “Ascoltami bene… ti ho detto che non ho tempo da perdere… questi soldi non potevo mica metterli in banca e far fruttare gli interessi… lo sai, no?” “Si, e allora?” “Allora significa che ho dovuto pagare per nasconderli in un posto sicuro, che ogni tanto andavo a vedere se era tutto a posto, che ho dovuto pagare anche il silenzio di chi sapeva… questo lo capisci, no?” Lo guardai negli occhi fisso, aspettando un segno, qualcosa. Non accadde nulla. Presi la borsa coi soldi e tornai verso la mia auto. “Allora che fai? Sei sicuro di non voler giocare piu’?” Non risposi e non mi voltai. Tutto sommato mi era andata di lusso. Poteva andarmi peggio. Molto peggio. Quei soldi erano la mia parte di una rapina fatta cinque anni prima ad un portavalori di New York. Tre milioni di dollari. Eravamo in sei, 500.000 dollari per uno. Io pero’ ero rimasto ferito e la polizia mi aveva beccato. Cinque anni dentro a pagare il conto con la giustizia. Io soltanto, pensa che sfiga! E non avevo perso solo cinque anni di vita. Avevo perso una casa, una donna, uno straccio di vita normale. E per tutto questo ero stato ripagato con 300 mila sporchi dollari. Lo vidi andare via mentre contavo ad occhio le mazzette. Fidarsi e’ bene….
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Il pullman della Greyhound filava liscio e silenzioso sulla superstrada per San Francisco. Ormai la decisione era presa. Mi sarei trasferito da quelle parti. Magari un po’ piu’ a sud, in qualche paesetto della costa. Non ho mai sopportato le grandi citta’. Coi soldi avrei aperto un bar. Magari un bar speciale, con qualche ragazza, tanto per unire l’utile al dilettevole. Avrei assunto un paio di messicani ed io avrei solo controllato che tutto andasse per il verso giusto. Non volevo piu’ rogne dalla vita. Ne avevo avute gia’ troppe. Mentre ragionavo di queste cose mi addormentai. Mi svegliai di soprassalto per colpa di una frenata. Il pullman stava entrando in un’area di servizio. E il posto accanto al mio adesso era occupato. Scendemmo tutti, anche la mia vicina. Una ragazzina sui venticinque anni, con un bel culo e i capelli corti biondi. Andai in bagno, a rinfrescarmi un po’, sempre col mio zaino sulle spalle, Poi entrai nel bar e ordinai due uova al bacon e una birra. La ragazza era seduta da sola ad un tavolo vicino alla finestra che dava sul cortile interno. Fuori faceva un caldo violento. Dentro l’aria era piu’ fresca ma puzzava di fritto. “Posso?” La ragazza fece cenno di si col capo ed abbozzò pure un mezzo sorriso. Aveva davanti un panino e un caffé. “Hai dormito molto…” “Davvero?” “Sono salita a Santa Lucia… 80 miglia fa…” “Ah, pero’…. Vuol dire che ero stanco… Dove stai andando?” “A San Diego… e tu?” “Da qualche parte… ancora non ho deciso…” “Beh, hai ancora qualche ora per decidere….” “Gia’… in fondo per me non fa molta differenza…” “Stai scappando?” “In un certo senso…” “Problemi?” “Noo, no, ora non piu’” “Non sei di queste parti…” “No, sono di New York. Ma ne ho piene le palle di quel posto…” “Conosci San Diego?” “L’ho vista in tv….” “Allora la conosci!” “E tu che fai a San Diego?” “Ci vivo…” ”Fai la bagnina?” “Ah… non so neanche nuotare!” Uscimmo fuori a fumare e mi raccontò qualcosa della sua vita. Una vita quasi normale, a parte un figlio di 5 anni ed un uomo che era sparito quasi da sei. Faceva la segretaria da un avvocato per 100 dollari la settimana e forse riusciva ad arrivare a 150 con gli straordinari. Ma non come segretaria! In quel momento era in servizio: tornava da un processo dove aveva assistito un collega del suo capo. A guardarla bene mi accorsi che era bella. Poco curata forse, ma bella. Aveva gli occhi chiari, la pelle liscia e anche belle mani, le unghie senza smalto. Poi non era una qualunque. Non diceva mai niente di banale, non rideva tanto per ridere, non parlava tanto per parlare. Riprendemmo il viaggio e stavolta fu lei ad addormentarsi. Fini’ che appoggiò la sua testa sulla mia spalla e rimase cosi’ per un paio d’ore. Durante l’ultima mezz’ora le raccontai una parte di verita’. Le dissi che avevo intenzione di stabilirmi da qualche parte e di aprire un’attività. “Hai qualche amico da queste parti?” “Non credo…” “Non conosci proprio nessuno?” “No, a parte te…” “E dove andrai stanotte?” “Troverò un hotel..” “Ce n’e’ uno vicino casa mia…” “E’ un colpo di fortuna!!!” “Ma se ti arrangi puoi anche dormire da me…”
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Quella notte mi arrangiai, dormendo su un vecchio divano in una stanzetta adibita a ripostiglio, e non volle che pagassi per l’ospitalità’. Viveva in una villetta con la madre ed il figlio. Il padre era morto da un paio d’anni. La mattina dopo era sabato e facemmo colazione insieme. La madre e il figlio erano andati alla funzione religiosa e lei mi preparò dei sandwich col pollo e uova strapazzate. Erano secoli che non facevo colazione dentro una casa normale, che non mi sentivo cosi’ libero e tranquillo. Sereno, quasi felice. Ci sedemmo in giardino a fumare e a parlare. Le chiesi se poteva aiutarmi a trovare un locale. Quel posto mi piaceva. Mi disse che lunedì avrei potuto usare la sua macchina per muovermi, dopo aver accompagnato Richard a scuola e lei in ufficio. Il pomeriggio uscimmo tutti e quattro. Andammo alle giostre, passeggiammo sul lungomare e poi li portai a mangiare da Vincenzo, un ristorante italiano vicino alla dogana del porto. Il ragazzino era simpatico e tranquillo, non come certi mocciosi maleducati e prepotenti. La madre era ancora una bella donna, ma si vedeva che non si fidava molto di me. Tornammo a casa col buio. La madre si occupò del nipote e noi continuammo a chiacchierare in giardino. In lontananza si sentiva della musica giamaicana e nell’aria c’era profumo di pini. A un certo punto rientrò in casa e ne usci’ subito dopo con due birre gelate. Era una ragazza che sapeva il fatto suo. Restammo a parlare e a scherzare fino a notte fonda. Quella notte mi arrangiai un po’ di meno e dopo cinque anni dormii con qualcosa di caldo e profumato tra le braccia.
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Stiamo insieme da un po’ ormai. Lei ha lasciato il suo lavoro e stiamo per aprire un internet point. Richard mi chiama per nome e vuole che gli insegni a giocare a poker. La madre mi vizia un po’. Sono ingrassato cinque chili. Una volta a settimana andiamo a mangiare il pesce da Vincenzo. Ogni tanto vado a vedere le partite di baseball e raramente andiamo al cinema. Ho aperto un conto in banca intestato a lei. Ci ho messo 60.000 dollari. Ne ho spesi altrettanti per l’internet point e ho ancora 100.000 dollari nascosti in garage. Le ho promesso che la porto in vacanza in Messico, ma solo se impara a nuotare. |
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