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esiste solo una passione, la passione per la felicità”. Diderot   

2007

Patricia si appoggiò allo stipite della finestra e allungò lo sguardo in direzione della brughiera che a perdita d’occhio si estendeva verso nord sino al confine con la contea di Oxfordshire. Si estendeva per modo di dire,perché quel giorno la nebbia era particolarmente fitta e, appena oltre il filare di olmi che delimitava il grande prato che circondava la casa,una massa ovattata vagabondava bassa nell’aria e sembrava tanto consistente da costituire una invalicabile barriera.

L’umidità faceva scricchiolare le giunture delle sue ossa malgrado nel grande camino scoppiettanti ceppi di legno ben stagionato ardessero vivacemente spandendo tutto intorno un gradevole tepore. Ma soltanto Strudel, il vecchio bassethound di casa, steso su un tappeto afgano dai colori sbiaditi,sembrava trarne profitto.

Patricia  gli lanciò uno sguardo affettuoso e sorrise.

Per anni aveva seguito le prescrizioni del suo medico, ingoiando farmaci e spalmando unguenti sulle sue povere articolazioni, ma aveva ottenuto soltanto temporanei e del tutto modesti risultati. Da ultimo, giudicava le sue condizioni in costante peggioramento e così da qualche tempo, mentre il dott. Fisher continuava puntualmente a prescriverle pillole, unguenti e lozioni,la sua fiducia nelle medicine era progressivamente scivolata ad un livello prossimo allo zero. Adesso nascondeva scatole e flaconi dentro un cassetto, mentendo ogni qualvolta il dottore le chiedeva se e come seguisse le sue prescrizioni.

Il dottore era il medico della sua famiglia da oltre trent’anni e il rapporto professionale si era gradualmente trasformato in amicizia,quindi Patricia non avrebbe mai fatto nulla che potesse, sia pur minimamente e non volutamente, ferire in qualche modo il suo sincero e devoto amico e così aveva preferito non dirgli la verità.

Il mare di ovatta che stagnava al di là degli olmi sembrò attenuarsi, infondendole la  speranza che più tardi avrebbe potuto uscire di casa e fare una passeggiata a tutto beneficio delle sue giunture arrugginite.

Malgrado fosse stata sposata per ventinove anni con un ricco proprietario terriero del Berkshire che vantava una presunta e,in ogni caso, molto indiretta ascendenza di buona nobiltà ma,per quanto lo concerneva, avara di titoli, e fosse vedova da cinque anni,tutti la chiamavano “Miss”,usando il suo cognome familiare “Ashton”. 

I vicini più vicini erano gli Herbert che vivevano ad Highclere Castle,una sontuosa costruzione di proprietà della famiglia da quasi due secoli, a poco più di quattro miglia da Upper Manor House, residenza di Miss Ashton. Naturalmente i due edifici non erano affatto paragonabili come non lo erano gli alberi genealogici delle rispettive famiglie,se si esclude il remoto e non  dimostrato legame familiare tra Margaret Sawyer,antenata degli Herbert e il suo defunto marito Leonard Sawyer,il quale aveva trascorso gran parte della sua vita a curare i suoi cospicui interessi economici e,nel tempo libero, la sua genealogia,coltivando le nascoste aspirazioni nobiliari tra le complicate ramificazioni del più generale e manifesto interesse  per lo studio dei “family trees”.

All’età di quarant’anni,epoca in cui aveva sposato Patricia,aggiunse ai suoi interessi l’incondizionata e sconfinata adorazione per la moglie. Poi,nella primavera del 1903,si era presentata l’opportunità di acquistare Upper Manor House,fatto che  Mr. Sawyer intese come un segno del destino: nelle vicinanze,infatti, vivevano i suoi lontani “parenti”,gli Herbert, che avrebbe avuto,da lì a qualche tempo,l’occasione di conoscere e con i quali avrebbe in seguito intrattenuto rapporti che Lord George Herbert,quinto conte di Carnarvon,molti anni dopo, avrebbe definito “ improntati a rispetto, cordialità e amicizia”. Apprezzamenti gratificanti e incoraggianti, ma niente di più. Il conte aveva già detto tanto,forse troppo, e Leonard probabilmente se n’era andato con il rammarico di non essere riuscito a dimostrare i rapporti di  parentela con il conte.

Patricia,invece, rimase vedova,ricca e,oltre al dolore per la perdita del marito, con il rammarico di non avere avuto figli. Così continuò a curare la sua amicizia con Lady Evelyn Leonor Almina,figlia secondogenita del conte,la quale all’epoca del loro trasferimento ad Upper Manor House aveva soltanto due anni e adesso, all’età di ventuno anni, era in procinto di prendere marito.

Lord Carnarvon per quasi un quarto di secolo aveva trascorso i lunghi inverni inglesi in Egitto dopo che un gravissimo incidente d’auto,avvenuto in Germania nel 1901, aveva reso il suo fisico vulnerabile al clima freddo e umido del Berkshire e di certo aveva tratto notevoli benefici da quello caldo e secco di quel paese, del quale,inoltre,si era innamorato al punto da spendere ingenti somme di denaro per finanziare,tra le altre,le campagne di scavi di un cocciuto,squattrinato e, ai più, sconosciuto archeologo di nome Carter. Patricia aveva sentito parlare di costui in molte occasioni, soprattutto da Miss Evelyn  e in termini che sembrava sconfinassero oltre l’ammirazione.

Il Conte era stato in gioventù uno scavezzacollo,un giramondo assetato di nuove conoscenze,un buon marinaio,un appassionato di cavalli e di motori ed era dotato di  buon fiuto per gli affari. Era anche ambizioso,prepotente e arrogante, ma intelligente. Il che gli consentiva di comprendere fin dove poteva spingersi e quando e in che misura tener conto anche delle opinioni del suo prossimo. 

Carter era un buon disegnatore e un acerbo pittore che circostanze favorevoli (tra le quali la benevolenza di Lord Amherst,un collezionista che lo aveva introdotto al British Museum e all’Egypt Exploration Fund) avevano portato in Egitto dove però nessuno avrebbe scommesso un penny sul suo futuro di archeologo. Non aveva conoscenze che contavano, né denaro da investire e soprattutto non aveva fatto studi specifici anche se aveva imparato molto da Petrie e da Brestead. Dalla sua  c’era il fatto che fosse giovane, entusiasta, caparbio, con un forte carattere e, particolare importante, nutriva passione per l’Egitto e per la sua affascinante storia millenaria in gran parte ancora da scoprire.

Patricia aveva visto Carter in alcune fotografie e aveva sentito il conte parlare di lui numerose volte,tuttavia non ne aveva ricavato un profilo ben delineato e,malgrado questi trascorresse quasi sempre il periodo estivo in Inghilterra,non aveva mai avuto l’occasione di conoscerlo. Lo immaginava, magro e smunto, disoccupato e avvilito dagli insuccessi e dalla mancanza di denaro, tentare di vendere a qualche raro turista i suoi disegni, oppure, forte e determinato, difendere a fucilate i siti archeologici o calarsi pericolosamente appeso ad una fune da 70 metri di altezza per esplorare una tomba scavata sulla parete di roccia del Wadi el Taka. Chissà quante volte aveva dovuto mordere il freno al cospetto di decisioni altrui, assunte con la forza di una posizione dominante e senza alcuna motivazione che non fosse determinata da egoistici desideri, anche se, alla fine e indirettamente, scienza, storia e cultura  ne avrebbero  comunque tratto anch’esse qualche vantaggio. 

Adesso il conte era ripartito in tutta fretta perché a credere a quello che Carter gli telegrafava,era stata fatta una scoperta straordinaria.Evelyn,così come era accaduto in passato,era l’unica in famiglia che condividesse appieno la passione paterna, lo aveva naturalmente accompagnato.

Ad Highclere Castle  rimasero Lady Almina Victoria Marie Alexandra Wombwell, moglie del 5° conte di Carnarvon e il figlio primogenito Henry.

Almina, figlia del capitano Frederick Charles Wombwell di cui non c’è molto da rammentare, e di Marie Boyer,anch’essa piuttosto anonima, aveva sposato il conte nel giugno del 1895,ma non poteva contare su ascendenti di rango molto elevato, se si esclude uno zio materno,Philip, insignito del titolo di baronetto. Evento di  portata piuttosto modesta che non poteva avere alcun particolare significato nella sua futura famiglia.

Lady Almina,comunque, non era riuscita ad assumere il ruolo che il matrimonio con Lord Carnarvon le attribuiva. Sembrava vivere in un mondo completamente diverso e lontano da quello che nella famiglia acquisita era la risultanza di consolidate tradizioni e antiche mescolanze nobiliari che risalivano al 1522 con i conti di Pembroke,di Egremont,di Chesterfield e i baroni Carpenter Killaghy, le cui armi  probabilmente incombevano sul capo della Signora di Carnarvon. E probabilmente pesava anche la voce che circolava sulla sua vera paternità, attribuita dai maligni ad Alfred de Rothschild,il rampollo scapolo della nota famiglia di banchieri, deceduto qualche anno prima. Le dicerie sulla presunta infedeltà della madre non potevano di certo essere attenuate o compensate dalla circostanza che ai Rothschild fosse stato attribuito,piuttosto di recente, il titolo di baroni.  

Inizialmente adempiuti i doveri coniugali,  dando alla luce due figli, dopo alcuni anni di matrimonio si era progressivamente allontanata dal marito e dalla prole,manifestando disinteresse per Highclere Castle e per tutto ciò che esso rappresentava, ivi compresa, naturalmente, la passione del conte per l’Egitto dal quale, malgrado lo avesse visitato alcune volte non si era lasciata coinvolgere. Non mostrò,quindi,molto entusiasmo per quell’improvvisa partenza anche se, a differenza delle precedenti, questa appariva ampiamente motivata da straordinarie prospettive.     

Patricia, invece, affascinata sia dall’argomento che dalla convincente e affabulante eloquenza del conte,manifestò un interesse sempre più intenso. Le loro conversazioni  iniziavano sempre con le rituali considerazioni sul tempo e sullo stato della reciproca salute per passare  poi ai soliti futili,inevitabili, ma fortunatamente fugaci argomenti salottieri e infine,con un gioco di più o meno involontari collegamenti, all’Egitto. 

Lady Almina raramente era presente.

Un altro motivo di grande interesse erano i reperti archeologici che, più o meno legittimamente, erano stati portati ad Highclere Castle  e che costituivano ormai una ricca e molto interessante collezione che comprendeva statuette, vasi, cachettes, gioielli, abiti, papiri, armi e numerosi altri oggetti, tra i quali uno splendido sarcofago in legno di sicomoro. Collezione che da li a poco tempo si sarebbe arricchita ancora di più.  

Dopo la frettolosa partenza dei Carnarvon,Patricia per la prima volta in vita sua provò lo smarrimento della solitudine.

Non si può dire che fosse sola nella sua grande casa,aveva ben cinque persone al suo servizio alle quali si aggiungeva la presenza quasi giornaliera del dott. Fisher che il più delle volte si fermava a colazione o a cena ed inoltre incontrava periodicamente i contadini, i mezzadri e gli affittuari, malgrado disponesse dei servizi di un efficiente e onesto amministratore. Una delle persone di servizio alla quale si sentiva legata era Martino, l’autista di origine italiana che accompagnava suo marito quasi ogni giorno, alla guida di una Rolls Royce 20HP nera e che adesso passava le sue giornate a lucidare l’automobile in attesa delle rare uscite di Miss Ashton la quale cinque anni prima aveva respinto le sue dimissioni lasciando intendere che avrebbe avuto assoluto bisogno di spostarsi frequentemente e quindi le erano necessari una macchina e un autista.

Naturalmente non era vero.

L’altra era la sua cameriera personale, Anne, che considerava una persona di famiglia ed alla quale era legata da un intenso rapporto  affettivo.

Si chiese se per caso non si stesse affacciando lo spettro della depressione. Si era forse affezionata un po’ troppo a Evelyn,considerandola la figlia che non aveva avuto? Aveva forse inteso occupare il  vuoto lasciato da Lady Almina?

La nebbia continuava a perdere consistenza e lo spettro fu cacciato via.

Alcuni giorni dopo il Times pubblicava in prima pagina due articoli. Uno riguardava l’ennesimo attentato dei terroristi irlandesi e l’altro, con il titolo “Treasure linked Tuthankamun found”,dava la notizia che la missione archeologica finanziata da Lord Carnarvon e diretta dall’archeologo inglese Carter, aveva  scoperto nella valle di fronte a Luxor la tomba ancora sigillata di un faraone della XVIII* dinastia. Si aspettava l’arrivo del finanziatore per l’apertura. La notizia aveva messo in agitazione l’ambiente scientifico, frustrato dalle dichiarazioni dell’archeologo statunitense  Davis,  il quale,  ma non era il solo,  aveva affermato in modo categorico che in quella parte dell’Egitto non c’era più nulla da scoprire. Il Times,concludeva la corrispondenza, si era assicurato un contratto di esclusiva e nei giorni successivi avrebbe quindi informato i lettori con resoconti più ampi, foto e interviste con i protagonisti dello straordinario avvenimento.

Patricia si sentiva elettrizzata e si augurò che la scoperta non si rivelasse una delusione,com’era quasi sempre accaduto negli ultimi anni. Anni di scavi che erano costati al conte una  quantità  di denaro ragguardevole al punto da indurre anche una persona molto ricca come lui a decidere di interrompere i finanziamenti. Il 1922,infatti, avrebbe segnato l’ultima campagna e Carter sarebbe stato costretto a cercarsi un altro finanziatore o un altro lavoro. Più volte aveva sentito il Conte domandare a se stesso se per caso non avessero avuto ragione coloro che sostenevano che nella Valle dei Re non c’era più niente da scoprire.

Calcolò mentalmente che per arrivare a Luxor occorreva una ventina di giorni e pensò che non avrebbe rivisto i Carnarvon per alcuni mesi,forse un anno o più.

Fu un pessimo pensiero perché si aprì uno spiraglio e lo spettro si riaffacciò.

Riuscì comunque a superare, tra alti e bassi, la stagione invernale durante la quale ebbe modo di constatare un graduale e costante affievolimento per i suoi abituali interessi (il che era un cattivo segno) e che il suo pensiero andava sempre più spesso all’Egitto ed ai Carnarvon.(il che poteva essere un buon segno).

Ne aveva parlato con il dott.Fisher ricevendone l’assicurazione che, a suo giudizio, non c’era alcunché di preoccupante. Non aveva alcuna specializzazione ma era pur sempre un medico con una lunghissima carriera nel corso della quale,non di rado, si era imbattuto in pazienti che manifestavano i sintomi delle varie forme di depressione. Inoltre,spiegò, conosceva le teorie di Freud e di Jung. Nel caso di Miss Ashton esisteva sicuramente un senso di sconforto e di solitudine che aveva ridotto l’interesse per il mondo che la circondava ma si trattava soltanto di uno spostamento della sua attenzione verso altri interessi,una sorta di compensazione che aveva inibito l’insorgere di manifestazioni come la perdita della capacità di amare, l’autorimprovero,il senso di colpa,l’impedimento di altre attività,ansia,panico e quant’altro potesse essere  considerato sintomo indicativo di depressione.

In poche parole era sana come un salmone che ridiscende il fiume e si dirige velocemente verso il mare aperto in attesa di tornare,nella stagione degli amori, nei luoghi in cui è nato.

Naturalmente non doveva trascurare le sue articolazioni perché,sosteneva a ragione il buon dottore, il benessere fisico e quello mentale vanno di pari passo.

Patricia si sentì rinfrancata e rassicurata da quella diagnosi e garantì al dottore che continuava ad attenersi scrupolosamente alle sue prescrizioni.

Aveva apprezzato molto l’accostamento al salmone.

Determinata ad ampliare le sue conoscenze sugli egizi,era riuscita a procurarsi,tra le altre pubblicazioni, alcuni libri importanti:la ponderosa raccolta in nove volumi della “Description de l’Egypte”, le copie a colori di alcuni disegni di David Roberts e persino “Voyage dans la basse et la haute Egypte”di Vivan Denon,in lingua originale; fatto che le aveva procurato frustrazioni a causa della sua insufficiente conoscenza della lingua francese. Quindi un mattino di buon’ora affrontò con la 20HP  il lungo viaggio fino ad Oxford dove acquistò “An History of Egytpt” di Breasted e “Egyptian Grammar” di Gardiner. Pregò il libraio di avvertirla se avesse avuto la disponibilità di altre pubblicazioni sull’Egitto e riprese la strada di  ritorno a casa. Convenne con l’autista sulla necessità di  tenere una condotta di guida prudente ma riuscì a convincerlo che prudenza e una maggiore velocità di marcia potevano benissimo convivere. Non accadde nulla di particolare. La 20HP si comportò benissimo e rientrarono sani e salvi ad Upper Manor House nella stessa giornata. Una sola breve sosta lungo la strada per consumare un sandwich al formaggio e una tazza di tè tenuto in caldo in una caraffa termica, una novità da poco tempo in vendita e che Patricia, incuriosita, aveva acquistato in un emporio di Bath.     

Sentiva che il suo interesse per gli egizi si era trasformato in qualcosa di più. Il grande balzo avvenne quando, aiutata dalla grammatica di Gardiner, si cimentò,con difficoltà e con modesti  risultati, a tradurre i cartigli con i nomi dei faraoni e semplici frasi. Si scontrò con i segni bilitteri e trilitteri, con aggiunte fonetiche,ideogrammi e pittogrammi,determinativi e una infinità di altre regole con le quali temette di perdere la partita perché le riusciva difficile tenerle a mente. Fece una grande confusione con le differenze tra il geroglifico,il demotico e il copto e infine concluse che uno studio serio e approfondito senza l’aiuto di un esperto non avrebbe che aumentato la confusione. Decise quindi di abbandonare i tentativi di approfondire e limitarsi  alle nozioni basilari.

Ai libri acquistati ad Oxford aggiunse quelli che il suo libraio di Londra era riuscito a procurarle: gli scritti di Perring, di Savary,di Pococke,di Loret e,ad un prezzo sconsiderato, “Amentet” di Knight, proposto dal libraio con la garanzia che ne esistevano soltanto cento copie numerate a mano. In seguito concluse che ne era valsa la pena e si ritenne del tutto soddisfatta dall’acquisto.    

In due o tre occasioni aveva fatto deludenti visite a Lady Almina,la quale ormai trascorreva gran parte del suo tempo nella casa di Londra. Non era mai riuscita a comprendere quell’inconsueto matrimonio con il conte,argomento che,naturalmente, non era mai stato toccato e sul quale non sentì mai alcun pettegolezzo, se si esclude qualche sporadico accenno alla storia di Alfred de Rothschild. Tuttavia,quasi a difendere la persona del conte, quando le capitava di pensare a Lady Almina, voleva immaginare,non trovando comunque altre motivazioni, che alla base di tutto c’era stato di sicuro un grande amore reciproco. 

Ricevette anche notizie da Evelyn che con tre lunghissime ed entusiastiche lettere la informava molto più e meglio del Times sugli sviluppi della scoperta di Carter. La piccola tomba si era rivelata il ripostiglio di una incredibile quantità di preziosi oggetti di ogni genere che avrebbero richiesto l’intervento di esperti e anni di lavoro solo per la catalogazione. Una camera della tomba era occupata quasi completamente da un grandissimo cofano di legno dorato con i sigilli ancora intatti,che si riteneva dovesse contenere il sarcofago del faraone. Con la quarta comunicazione,un telegramma,giunse invece una tristissima notizia: Evelyn le annunciava la morte improvvisa del  quinto conte di Carnarvon,avvenuta in albergo, al Cairo.

Con una nave della P.& O.,in partenza da Alessandria il 14 aprile, il conte sarebbe stato riportato in Inghilterra per la sepoltura.

Patricia pianse nell’apprendere quella notizia e,frastornata e addolorata, trascorse i giorni successivi tentando inutilmente di mettersi in contatto con Almina e preparandosi per il funerale. Il vestito,la Rolls,l’autista,tutto doveva essere in perfetto ordine non tanto per far fronte a critiche,maldicenze e pettegolezzi,prevedibili anche nelle tristi circostanze, quanto per onorare nel modo che riteneva più sentito la memoria del conte. Quei giorni concitati,tuttavia, la fecero sentire stranamente rivitalizzata,al punto da dimenticare i suoi problemi articolari e quasi se ne vergognò.

Incontrò Evelyn a Beacon Hill per la cerimonia della sepoltura e successivamente, alla fine di maggio,ad Highclere Castle dove,un pomeriggio,era stata invitata a prendere il tè e dove ebbe l’occasione di conoscere  Howard Carter.

La vedova di Lord Carnarvon era naturalmente assente. I suoi persistenti mal di testa non si conciliavano,a suo dire, con il clima della campagna,anzi aumentavano sempre di più. Aveva quindi preferito fare ritorno a Londra. Non c’era nemmeno Henry,l’erede del titolo,il quale era andato a trovare alcuni amici nel Kent. Oltre ad Evelyn l’unica persona presente era il suo futuro marito,lo scialbo Sir Brograve Campbell Beauchamp,II°, baronetto. 

L’archeologo non aveva potuto partecipare alla cerimonia funebre; i lavori nella tomba di Tuthankamen erano numerosi e tanto complessi da impedirgli un qualsiasi allontanamento che non fosse programmato con molto anticipo e limitato nel tempo. Il conte avrebbe sicuramente compreso.

Alle 16,45 del 30 maggio del 1923, Carter scendeva dal treno che da Folkstone lo aveva condotto a Londra dove lo attendeva un intenso programma di incontri, ma non prima di essersi recato,il giorno successivo, a Highclere Castle per fare una visita alla tomba dello scomparso amico e mecenate e per verificare se e in quale misura quell’evento funesto e imprevisto avrebbe potuto influire sul futuro della sua attività in Egitto. Anche se adesso tutto lasciava presagire fama, riconoscimenti e onori,il sostegno di un personaggio come il conte, anche se solo per il  tramite della figlia, gli era ancora necessario.  

Quell’uomo, magro, alto, abbronzato, cocciuto e straordinario, dall’aria severa, aveva incantato Patricia. Oltretutto i suoi occhi scuri e i baffetti ben curati le ricordavano l’amato Leonard.

La conversazione fu estremamente piacevole e interessante, il the era ottimo,la crema di latte era la migliore che avesse mai assaggiato e i biscotti erano straordinari. Più tardi fu servito anche un avvolgente vino marsala del 1917 che Carter giudicò eccellente e di cui si servì un secondo bicchiere.

Un pomeriggio che Patricia non avrebbe mai più dimenticato.

Più volte Carter, con tono poco formale e confidenziale, chiamò Lady Evelyn “Eve”, incurante del fatto che erano presenti il fidanzato e una persona estranea alla famiglia. Ma se questo era comprensibilmente dovuto allo loro vecchia amicizia non altrettanto lo era la luce che ogni tanto brillava negli occhi della donna quando rivolgeva lo sguardo verso l’archeologo.

Il 10 ottobre Evelyn aveva sposato il II° Baronetto di Beauchamp e qualche tempo dopo circolò la voce che anche Lady Almina era in procinto di prendere marito. La voce risultò fondata perché in dicembre sposò Ian Onslow Dennistoun, un tenente colonnello delle Grenadier Guards il cui unico merito,a quanto risulta, era l’appartenenza all’M.V.O.,l’Ordine della Regina Vittoria.

Nebbia e nuvole  si erano completamente dissipate e il sole adesso faceva brillare il verde intenso gravido di umidità del grandissimo prato.

Strudel si stiracchiò, scosse le lunghe orecchie, sbadigliò, cambiò posizione, indirizzò un’occhiata distratta verso la sua padrona e infine riprese a dormire. 

Patricia decise di partire per l’Egitto.

Trascorrere quello che restava della cattiva stagione al caldo e all’aria secca del deserto avrebbe sicuramente attenuato i malanni alle  giunture delle sue ossa.

Venti giorni dopo, imbacuccata in un lungo e pesante cappotto, il capo coperto da un curioso cappellino, passeggiava nella confusione del porto di Portsmouth. La primavera stava per arrivare ma il clima si manteneva freddo e umido e tuttavia Patricia non sembrava soffrirne più di tanto.

Era salita a bordo con parecchie ore di anticipo sull’orario previsto, ma dopo aver sistemato i bagagli nella piccola cabina che le era stata assegnata,aveva sentito l’irrefrenabile istinto di scendere dalla nave e fare una passeggiata sul molo.

L’eccitazione si scontrava con un leggero stato d’ansia che lei attribuì alla circostanza,strana ma vera, che  non aveva mai fatto un viaggio per mare.     

Quando la nave fece scalo a Gibilterra ringraziò il cielo, la navigazione in Atlantico era stata pessima, e quando finalmente attraccò ad Alessandria rinnovò il ringraziamento con maggior fervore.

La vista dalla finestra del terzo piano dell’Hotel Shephiard era straordinaria. Al Cairo la giornata era talmente limpida che le piramidi, lontane poche miglia, si stagliavano nette come fossero a portata di mano. Più in là, il panorama sbiadiva nell’immensa distesa di sabbia del deserto libico. Sotto le finestre dell’albergo,il Nilo scorreva placido verso la sua destinazione finale dopo un viaggio di migliaia di chilometri.

Per raggiungere la piana di Giza, la sgangherata carrozzella, tirata da un cavallo tutto pelle e ossa, impiegò circa due ore. Provenendo dal Cairo, la prima piramide che si incontra è quella di Cheope e la sensazione che Patricia provava mano a mano che il traballante veicolo le si avvicinava, era quella di rimpicciolire sempre di più.

Sapeva che la costruzione era grandissima ma non immaginava quanto e soltanto quando scese dalla carrozza e levò lo sguardo verso l’alto si rese conto di come a volte la realtà supera di gran lunga l’immaginazione e mai come in quella circostanza. Solo per percorrerne il perimetro bisognava camminare per oltre ottocento iarde, ma ciò che le procurò quasi uno stato confusionale fu la vertiginosa massa di blocchi di granito che si estendeva dalla base al vertice della piramide, a  circa 450 piedi di altezza. Mancava la parte terminale del gigantesco manufatto, quindi la sua forma esatta era quella di un tronco di piramide e le sue facce in conseguenza si erano trasformate da  triangoli in trapezi. Affiorarono ricordi di geometria. Sorrise al pensiero che se la cima  del manufatto fosse stata asportata e poi ricostruita da qualche altra parte,essa soltanto poteva ancora definirsi una piramide,mentre la parte rimasta non era più tale.

Rabbrividì, malgrado la temperatura fosse elevata e un leggero venticello caldo proveniente da sud contribuisse a rendere l’aria ancora più calda.

Poco distante il vetturino dava al cavallo manciate di foraggio,un’erba dall’intenso colore verde che,a giudicare dalla quantità di escrementi che giacevano sotto la carrozza,  provocava alla povera bestia seri disturbi intestinali. 

I blocchi di granito posti alla base della piramide erano enormi, perfettamente levigati e talmente connessi tra di loro da non lasciar passare nemmeno un  granello di sabbia.

Spinse lo sguardo verso l’alto e, a mezza via, scorse delle minuscole figure che si muovevano lentamente nel tentativo di raggiungere la vetta. 

Sembravano formiche.

Ebbe un moto di sgomento,misto a commozione e ammirazione. Si sentì emozionata e smarrita.

Poco più in là, le piramidi di Chefren, che sembrava più grande ma soltanto perché sorge su un livello più elevato di Cheope, e di Micerino,la più piccola,mentre verso est si scorgeva il grande corpo leonino della  Sfinge rivolto nella direzione del sole.  

La guida che per poche lire egiziane era stata ingaggiata dal conduttore della carrozza,la invitò, in un inglese approssimativo,a seguirla. Una scalinata di legno di  una quindicina di metri conduceva all’ingresso della piramide; non quello originario, posto più in alto, bensì quello scavato dal Califfo Ma’Mun che,nel tentativo di esplorare la piramide alla ricerca di inesistenti tesori, si era fatto strada a colpi di piccone in maniera sconsiderata, deturpandone un lato ma rendendo, inconsapevolmente, più agevole l’accesso ai futuri visitatori.

L’impegno fisico era stato notevole e tuttavia Patricia, giunta con qualche difficoltà in cima alla scala constatò con estrema soddisfazione che le sue giunture non avevano minimamente risentito dello sforzo.

Stesa sul morbido letto della sua camera, aspettava l’ora di cena. Si sentiva ancora profondamente emozionata; non smetteva per un solo attimo di pensare a quello che aveva visto e soprattutto a quello che non aveva potuto vedere.

Era riuscita ad arrivare fino alla camera della regina, il percorso era abbastanza agevole, ma il suo complicato abbigliamento aveva impedito che si potesse arrampicare sui gradini della grande galleria che conduceva alla  camera del re, anzi - aveva rammentato a se stessa- più appropriatamente, alla “burial chamber”.

Aveva ancora da visitare le piramidi di Chefren e di Micerino, il Museo, la città, Menfi,Sakkara,Meidum e le piramidi di Snefru, e poi ancora risalire il Nilo verso l’alto Egitto, giorni e giorni di navigazione a vela e a motore. Lungo le sponde del grande fiume attendevano i templi di Abidos,Dendera,Esna,Edfu, Kom Ombo,Luxor e Karnak e infine le necropoli dei Re e delle Regine,dove avrebbe visitato le tombe dei faraoni e,forse, avrebbe incontrato Carter,al lavoro nel piccolo ma sorprendente sepolcro di Tuthankamen. Ne rammentò, compiaciuta, il numero che gli era stato assegnato nella mappa della valle: KV62.

E poi avrebbe dovuto spingersi ancora più a sud, verso Abu Simbel e,perché no?, la Nubia.

La quantità di luoghi da visitare era tale che sarebbe stato necessario molto tempo. Il suo fisico avrebbe retto? Come avrebbe reagito alle elevate temperature di quelle località?  Lo smarrimento divenne totale. Nella sua mente c’era troppa confusione. Non ricordò se aveva portato con se la caraffa termica e,quasi in preda al panico, prese a rovistare nel baule.  La trovò, accuratamente avvolta nell’ovatta. Ne controllò le argentate pareti interne e ne constatò l’integrità. Ebbe un pensiero di ringraziamento nei confronti di Anne, attenta e preveggente come sempre.    

Trascorse la notte senza chiudere occhio e non certo per colpa delle troppe spezie che insaporivano i cibi egiziani e che, a sua esplicita (e temeraria) richiesta, le erano stati serviti a cena.

Il mattino dopo, di buon’ora, scrisse tre lettere, una a Evelyn, all’indirizzo della sua residenza londinese, anche lei aveva lasciato Highclere Castle per andare a vivere in città; una al dott.Fisher per rassicurarlo sul suo stato di salute e una alla sua fedele Annie alla quale,tra le altre cose, raccomandò di prendersi cura di Strudel. Poi telegrafò al suo amministratore invitandolo a vendere ad un prezzo ragionevole o poco meno le sue proprietà. Tutte, ad eccezione della casa paterna di Bayswater per la quale,comunicò, avrebbe disposto con istruzioni testamentarie. Il ricavato,pagati gli eventuali debiti,gli onorari,le imposte e una più che generosa liquidazione al personale, doveva essere trasferito a suo nome presso una banca del Cairo.

Infine uscì e si recò all’ambasciata del Regno Unito per vedere se qualche gentile funzionario fosse disposto ad assisterla nell’acquisto di una casa.

Non molto grande,con vista sul Nilo e possibilmente con giardino.

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