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INVIAGGIO2008 Primo Classificato
Arturo Lomonaco Perche' proprio Consuelo?
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Lavoravo da quasi quattro anni al Consolato Italiano di Las Chapas, in Guatemala. Si puo’ dire che l’avessi aperto io, il consolato. Io e il precedente console, Massimiliano Barca. Insieme avevamo cercato la sede, insieme l’avevamo arredata, insieme avevamo fatto i contratti con i fornitori. E poi insieme avevamo fatto il concorso per l’assunzione di due collaboratori locali, un autista tuttofare ed una interprete. E ancora insieme eravamo andati al mare, a donne e a divertirci: lui giovane diplomatico senza pensieri, io l’amico piu’ grande, gia’ mezzo inguaiato con un matrimonio finito alle spalle e con tanta voglia di metterci una pietra sopra. Poi Massimiliano se n’era andato ed io ero rimasto. Con un collega dei visti, uno dell’amministrazione ed il nuovo Console (con la C maiuscola!): Virgilio Canestrari di Roccasecca. Sangue blu, diplomatico doc, gay. Da quando era arrivato lui la musica era cambiata. Ora era tutto molto piu’ formale. C’era la gerarchia vera. Lui comandava (“dava disposizioni”), gli altri obbedivano (“eseguivano”). Il povero collega dell’ufficio visti non aveva retto il colpo ed era uscito fuori di testa. Non parlava piu’: rispondeva solo si o no con la testa. A quello dell’amministrazione mancava poco per andare in pensione: si era messo prima a contare i giorni e poi, persino le ore che gli mancavano al ritorno alla vita. Io, che avevo vissuto esperienze simili in altre sedi, avevo fatto per un po’ buon viso a cattivo gioco e mi ero adeguato. Lasciavo che comandasse… io eseguivo pedissequamente. Fino a quando non si era reso conto che sprecava il fiato, che prima ancora di dare disposizioni, la pratica era gia’ stata archiviata, il problema risolto, la lettera spedita, la telefonata intercorsa, la mail inviata. Era periodo di elezioni. Si votava per il rinnovo del Parlamento Italiano e per la prima volta votavano anche i connazionali residenti all’estero. Nella circoscrizione consolare di Las Chapas erano censiti 322 elettori, ai quali avevo provveduto ad inviare per posta un plico contenente le schede da votare, le liste dei partiti e dei candidati, il certificato elettorale ed una bella busta gia’ affrancata da rispedire al Consolato con le schede votate. Poi, una volta scaduto il termine ultimo per la ricezione delle buste con le schede votate, dopo averle contabilizzate e dopo aver redatto una serie infinita di verbali e moduli, il Console Canestrari di Roccasecca avrebbe provveduto personalmente a partire in aereo alla volta di Roma per la consegna del sacchetto contenente tutto questo materiale tra cui, ovviamente, le schede degli elettori italiani residenti nella circoscrizione elettorale di Las Chapas. Il Console aveva seguito con la massima attenzione lo svolgimento di tutte le operazioni. Aveva persino voluto accompagnare me e il povero autista Jose’ all’ufficio postale centrale, per verificare che la spedizione dei plichi ai nostri elettori avvenisse nel modo previsto dalla rigidissima normativa e che tutto si svolgesse in maniera inappuntabile. Prima ancora aveva controllato uno per uno tutti i certificati elettorali ed ancora prima era venuto con me in tipografia per assistere alla stampa (storica!) delle prime schede elettorali destinate agli elettori italiani residenti all’estero. Il tutto con una preoccupazione mista ad eccitazione. Al termine, mi aveva ringraziato come solo lui sapeva fare, guardandomi fisso negli occhi, stringendomi la mano con la sua, sempre sudaticcia, e con un mezzo sorriso che gli disegnava un viso da fanciullo grassoccio d’altri tempi. Era gay, Virgilio Canestrari di Roccasecca. Un gay triste. Un gay che viveva in maniera solitaria e riservata. Mai un eccesso, mai un atteggiamento fuori posto, mai però cercava di nascondere la sua condizione. Quelle pochissime volte che avevamo partecipato insieme a qualche evento, mi era sempre rimasto vicino, come per spirito di corpo, senza mai cercare di mettersi in mostra e senza neppure mai mettermi in imbarazzo. Tutti sapevano, ma per fortuna tutti sapevano anche che io avevo ben altri gusti. Certo, qualcuno ci scherzava sopra ma tutto finiva li’.
Appena entrato nella mia stanza squillò il telefono. Era lui. “Per favore venga subito da me, prima che puo’…” Agli ordini, pensai… Vuoi vedere che ha scoperto qualche magagna?Meno male che domani se ne va… Bussai alla porta della sua stanza ma non sentii alcuna risposta. Bussai di nuovo. Niente. Allora tentai di aprire ma mi resi conto che la porta era chiusa a chiave. Entrai all’ufficio Visti: “Bertelli, hai visto il console?” Fece di no col capo. Andai in amministrazione. “Luca, ma il console dov’e’?” “Non c’e’…” “Come non c’e’… mi ha appena chiesto di andare da lui…” Luca Nicelli, che contava le ore che lo separavano dalla pensione, alzò di scatto la testa dalle carte che gli coprivano la scrivania, mi guardò fisso per qualche secondo e poi scoppiò a ridere. “Che ridi…” “Rido, rido… il console e’ a casa con la bronchite. E’ malato! E vuole che tu lo curi…” e giu’ risate. “Cazzo, come e’ malato… domani deve partire…”
Arrivai davanti alla villetta stile coloniale e suonai il campanello. Venne ad aprirmi Asuncion, la signora sessantenne che curava la casa e che tutti chiamavamo “la perpetua”. “Dottore detto che dottore malato…” disse nel suo spagnolo italianizzato. “Lo so…” “Attento dottore che dottore nervosso...”, con due esse, pensai. Entrai nella stanza da letto del console bussando e chiedendo permesso. Era un forno, non si respirava. C’era odore di alcol. ”Venga, venga…” “Che succede, console, come sta?” “Questa proprio non ci voleva, Moretti… questa proprio no…” “Mi hanno detto che e’ bronchite…” “Cosi’ mi hanno detto. Mi stanno facendo sei punture al giorno. Capisce? Sei punture al giorno. Ho trascorso tutto il weekend a letto... pensavo di farcela… e invece…" “… e invece?” “Moretti, come vede non ce la faccio…” urlo’. Virgilio Canestrari di Roccasecca alzava la voce solo quando era preoccupato o aveva paura. Mai quando era arrabbiato. O forse, si arrabbiava solo quando aveva paura o si trovava in difficoltà. Fatto sta che aveva alzato la voce. “Moretti…” riprese tornando apparentemente calmo. “Moretti, sono costretto a rivedere i miei programmi…” “Intende il viaggio?” Annui’ mestamente. “Sposto la prenotazione?” Mi guardò con un’aria da cane bastonato, uno sguardo che voleva dire che non era quello che intendeva fare. “No Moretti, non ci siamo con la tempistica…” e girandosi alla sua destra prese dal comodino un mazzetto di fogli. “Vede? Ecco, legga… la circolare del Ministero dell’Interno… legga, legga… il terzo capoverso…”. Lessi. “Le buste contenenti le schede votate devono pervenire al centro raccolta di Roma Fiumicino entro e non oltre le ore 12:00 del 26 aprile con corriere diplomatico accompagnato. I sacchi contenenti le schede che dovessero per qualsiasi ragione pervenire dopo le ore 12:00 del 26 aprile saranno distrutti a cura del funzionario di turno della Prefettura di Roma che redigerà un apposito verbale eccetera eccetera… “ “Lo so che oggi e’ il 23, ma se non parto domani non farò in tempo ad effettuare la consegna in tempo utile. Ho gia’ controllato tutti i voli, con tutte le compagnie, con tutte le connessioni possibili. Se perdo il volo di domani, perdo la coincidenza a Citta’ del Messico e di conseguenza arrivo a Roma nel tardo pomeriggio del 26…” “Ha controllato via New York?” “Certo, anche via Rio e Buenos Aires… niente da fare…” “E allora come si fa?” “Moretti, si fa che ci va lei….” Una coltellata mi avrebbe fatto molto meno male! “…Andrea…” quando pretendeva qualcosa di speciale, un favore personale, una cosa alla quale teneva particolarmente, puntualmente mi chiamava per nome… “… Andrea, posso fidarmi solo di lei!...” mancava solo che mi abbracciasse e scoppiasse a piangere e avrebbe potuto essere una scena di un film! “Va bene.. “ dissi. “ … se non c’e’ altra soluzione andrò io. Allora vado…” “No!” urlò di nuovo. “Non subito… devo darle tutta una serie di informazioni.” Mi tenne li’ per due lunghe ore, nel corso delle quali mi raccomandò di comunicare immediatamente il nuovo programma al Ministero, di preparare l’autorizzazione al viaggio ed all’acquisto dei biglietti, di mandare Jose’ da lui per la firma assieme ai verbali di missione ed a tutto il resto. Poi lesse e rilesse tutta la documentazione inviata dal Ministero relativa al trasporto ed alla consegna del materiale elettorale. In particolare si soffermò sulla procedura prevista alla partenza ed all’arrivo. “1 - Prima della partenza Codeste Rappresentanze informeranno i Capi scalo locali delle compagnie aeree impiegate per il trasporto delle valigie diplomatiche contenenti i plichi elettorali della natura particolare del carico che imbarcheranno e delle esigenze che ne derivano, e soprattutto della necessità che: a) il carico non sia manomesso in nessuna fase del viaggio; b) che l’accompagnatore non venga allontanato dall’aeromobile su cui si trovano le bolgette; c) che l’accompagnatore ed il suo carico seguano all’arrivo una procedura di sbarco diversa da quella degli altri passeggeri. Le Rappresentanze pregheranno i Capi scalo di comunicare queste informazioni ai Comandanti dei velivoli che trasporteranno bolgette ed accompagnatori. 2 - Al momento dell’imbarco ed immediatamente dopo l’imbarco L’accompagnatore della valigia diplomatica contenente i plichi elettorali ricorderà al Capo scalo quanto esposto nel precedente punto 1, pregandolo nuovamente di informare il Comandante del velivolo. Una volta salito a bordo dell’aeromobile, l’accompagnatore si identificherà presso il Comandante del velivolo ricordandogli quanto dovrebbe essergli stato gia’ comunicato dal Capo scalo, o informandolo per la prima volta se questi avesse omesso di farlo. 3 – Lo sbarco Una volta avvenuto l’atterraggio, l’accompagnatore, su autorizzazione del Comandante previamente informato delle modalità di sbarco, verrà fatto scendere a terra per primo e si fermerà sulla pista, accanto al velivolo, dove troverà ad attenderlo una vettura della società di handling aeroportuale ed una vettura della Polizia o dei Carabinieri incaricata della scorta. Si raccomanda agli accompagnatori di rimanere sempre in prossimità dei rispettivi sacchi o bolgette fino alla consegna finale degli stessi, in particolare nell’ipotesi che al momento dello sbarco non sia immediatamente disponibile l’autovettura per il trasporto dell’accompagnatore.” (1)
Alla fine, congedandomi, mi prese una mano, mi guardò con grande intensità e sospirò: “Mi mandi un messaggio quando avrà consegnato il sacco. Andrea, sono nelle sue mani…!” Solo in quel momento mi resi conto che il console indossava una civettuola camicia da notte celeste con i polsini plissettati.
Stavo finalmente imbarcandomi sul volo Alitalia Citta’ del Messico-Roma. Ma il viaggio era iniziato da oltre 9 ore ed ero gia’ stanco morto: in macchina da Las Chapas a Citta’ del Guatemala e poi da li’ un volo Mexicana. Sempre incollato al mio sacchetto diplomatico con il prezioso carico di schede elettorali. Finalmente, pensai, potrò riposare un po’. Cenai, mi tolsi le scarpe e la cravatta, alzai il poggiapiedi della mia poltrona di prima classe e cercai di addormentarmi. Cercai. Ma non accadde. Avevo mille pensieri in testa. Pensavo soprattutto a quello che mi stavo perdendo: dieci giorni senza il console. Dieci giorni di pace e di tranquillità, con tutto il tempo a disposizione per partecipare a feste, battute di pesca, seratine piccanti con Maria o con Laura o con qualche new entry. E invece la sfacchinata, una settimana a Roma dove ormai non avevo praticamente piu’ nessun contatto interessante. E poi mia sorella(dovevo per forza andare a dormire da lei!), mio cognato, i miei adorabili nipotini rompipalle… Mi giravo e rigiravo sulla poltrona. Ora sentivo freddo e mi coprivo con la copertina, dopo un po’ sentivo caldo. Poi qualcuno che entrava o usciva dalla toilette, poi…
Poi una donna si fermò proprio davanti a me. Forse usciva proprio dalla toilette. Forse stava cercando un posto migliore del suo. Forse… “Ma tu sei Andrea!” Aprii completamente gli occhi e nella semioscurità vidi solo la sagoma di questa donna che mi osservava dall'alto verso il basso come si osservano un paio di scarpe in una vetrina. Cercai goffamente di alzarmi ma lei si accovacciò avvicinando il suo viso al mio. “Ma si’, Andrea… che bello! Ma che ci fai qui?” Neanche il tempo di capire chi fosse e mi aveva stampato due baci sulle guance. “Ti ricordi di me? No, vero? Dai, davvero non ti ricordi?” Evidentemente dovevo avere una faccia poco sveglia. “Oddio, hai un viso conosciuto…” mentii. “Posso sedermi vicino a te?” Non potevo certo dirle di no. Era Consuelo, porca miseria! Come avevo potuto non riconoscerla immediatamente? Come? Consuelo Lorusso era stata una delle prime ragazze che avevo conosciuto a Las Chapas. Era figlia di un italiano e di una guatemalteca. Un tipo “fuori concorso” in tutti i sensi. Bella da morire, simpatica da morire, intelligente da morire, troia da morire. Una per la quale qualunque maschio normale, pur di averla, avrebbe pianto, pregato, rubato, truffato, spacciato, rapinato e forse anche ucciso. Io ero stato fortunato, perché non avevo dovuto far niente di tutto questo. L’avevo conosciuta ad una festa e quella sera stessa, ubriachi persi, eravamo andati a finire a letto. Ma era durata poco, niente. Il giorno dopo era sparita e di lei avevo perso completamente le tracce. L’avevo cercata disperatamente. I suoi dicevano di non saperne niente. I suoi amici poco di piu’. C’era chi diceva che fosse scappata a New York, qualcun altro che si fosse imbarcata sul panfilo di un petroliere arabo ma tutti concordavano sul fatto che non avrebbe potuto essere la donna giusta per uno me. Troppo bella, troppo simpatica, troppo intelligente, troppo troia! Non dormimmo. Parlammo 6 ore di fila e Consuelo mi raccontò quello che effettivamente era accaduto. Dove, perché e con chi era andata frettolosamente via da Las Chapas, senza lasciare un numero di telefono, un indirizzo, uno straccio di indizio che mi consentisse di ritrovarla. Ed ammesso che fosse davvero la pura verità, aveva dell’incredibile. Mi disse, semplicemente, che quella passata con me era stata l’unica notte in cui s’era sentita davvero amata. Mai nella sua vita le era accaduto prima. E neanche dopo! Ed era stata colta dal terrore di innamorarsi. Consuelo aveva paura di innamorarsi e di conseguenza di poter soffrire, piangere, disperarsi. Tutte le sue storie erano state caratterizzate da una voluta superficialità, da un ricercato scarso coinvolgimento. Non si sentiva mai completamente del suo partner e non pretendeva che il suo compagno fosse completamente suo. Una specie di amore col freno a mano tirato. E allora aveva deciso di seguire un suo vecchio amico che andava a studiare a Santa Barbara. Poi da li’ San Francisco, da sola, e poi a New York, Boston, Filadelfia… “Ed ora dove vai?” “Ho comprato un casale in Toscana. I miei sono morti, ho venduto tutto in Guatemala ed ho deciso di trasferirmi in Italia. Lo sai che ho studiato arte, no?” Non lo sapevo. “Spero di trovare lavoro in un museo…”. “E…” “No, non c’e’. L’ultimo l’ho mollato sei mesi fa a Berlino. Ma tu…” Ma io niente, in quel momento non avevo nessuna, ma se anche l’avessi avuta… “Ma se adesso…” Adesso, tra un’ora, domani, tra un mese, un anno, una vita.
L’hostess ci trovò abbracciati e cercò di svegliarci con piccoli tocchi gentili sulla spalla. Non pretese che la ragazza tornasse al suo posto in economy, ma almeno che raddrizzassimo i sedili e ci allacciassimo le cinture perché stava iniziando l’atterraggio. “Voglio dirti una cosa, prima che scendiamo da questo aereo, prima che finisca questo viaggio.” Ora aveva l’aria seria. “Non ho mai smesso di pensarti, non ho mai avuto il coraggio di venirti a cercare ma ora che ti ho incontrato vorrei non lasciarti piu’…” Mi venne da piangere ma non lo feci. O forse si’.
La hostess mi invitò ad uscire per primo bloccando gentilmente gli altri passeggeri che mi guardarono con disprezzo. Sotto l’aereo c’erano gia’ ad attendermi una macchina dei Carabinieri ed una degli Aeroporti di Roma. Mi accompagnarono in un immenso capannone dove era stato allestito il centro raccolta dei voti all’estero. Durante il tragitto accesi il cellulare e salvai il numero di Consuelo. Dall’Argentina, dalla Svizzera, dalla Germania, arrivavano charter carichi di schede. Da Las Chapas si dovevano accontentare di un sacchetto con circa 250 voti. Mi guardarono tutti con tenerezza. L’operazione durò pochi minuti. Sufficienti a farmi gia’ sentire la nostalgia di Consuelo. Mi diressi a piedi verso il terminal A dove avevo appuntamento con lei. Camminavo in fretta e il terminal non era proprio vicinissimo. A un certo punto mi fermai. Presi il cellulare e digitai un messaggio:
“Consegnato tutto. Ci siamo appena lasciati e gia’ mi manchi da morire. Meno male che tra un po’ saremo di nuovo insieme! Ti amo, ti ho sempre amato, ti amero’. Andrea”
Ero stanco, tanto stanco. Ma felice. Search… Cons… Clikka… Send… Sent message….
Ripresi a camminare di buona lena. Ero stanco, tanto stanco. Ma felice. Il cellulare vibrò. Mi fermai di nuovo. All’angolo sinistro del display una bustina intermittente indicava l’arrivo di un messaggio. Text message… Imbox… Opening folder… Select... Finalmente il messaggio si apri’:
“Quella ke mi hai dato e’ un’emozione forte. Mi manchi tanto anke tu e spero di poterti abbracciare presto. Credo di amarti anke io. Virgilio”
EPILOGO
Il destino a volte e’ bieco e crudele e gioca scherzi davvero incredibili. Nel mio caso s’era divertito come un matto! Certo, fu anche colpa della stanchezza, dell’emozione, del jet lag. Ma lui, il Destino, ci aveva messo tanto del suo. Intanto aveva fatto ammalare il console, altrimenti io Consuelo non l’avrei piu’ rivista in vita mia. Poi aveva fatto morire i genitori di Consuelo (poverini): Consuelo non sarebbe tornata a Las Chapas e non avrebbe deciso di trasferirsi in Italia. Ancora, se Consuelo non si fosse chiamata Consuelo, non avrei salvato sul mio cellulare il suo numero telefonico come Cons, molto, troppo simile a Consy, come avevo salvato, a suo tempo, il numero di telefono del console. Infine – e non e’ poco -, se il povero Virgilio non fosse stato gay, avrei avuto da lui sicuramente un’altra risposta e sarebbe stato piu’ facile spiegare l’equivoco. Ma tant’e’: mi trasferii subito in Toscana nel casale di Consuelo. Scrissi da li’ la mia lettera di dimissioni al Ministero degli Esteri ed una lettera al Console Virgilio Canestrari di Roccasecca con la quale cercavo di chiarire l’equivoco.
Ora scrivo racconti per bambini, coltivo l’orto e gioco a scacchi con un inglese che abita vicino a noi. Consuelo dipinge e fa sculture: io sono il suo soggetto preferito. Abbiamo galline, conigli, anatre, due caprette, tre cani e svariati gatti. Ci manca un figlio, ma stiamo per metterlo in produzione.
Nota (1) Luoghi, fatti e personaggi di questo racconto sono frutto della fantasia e non hanno alcun riscontro con la realtà. La procedura riportata a pagina 4, relativa alla partenza ed all’arrivo del corriere diplomatico che accompagna le schede dei voti all’estero e’ invece maledettamente vera.
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