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I finalisti
Giorgio Puxeddu Il viaggio della memoria
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Non aveva mai pensato di poterci tornare. Nei suoi pensieri, in quelli si, i luoghi della memoria li aveva visitati tante volte. Sempre con una cauta leggerezza, con un' impalpabile delicatezza velata di malinconia che lasciava intendere che mai e poi mai avrebbe avuto non dico il coraggio, ma la sfrontatezza di violare impunemente il castello dei ricordi… Ma il tempo era passato e la destinazione che gli era apparsa nel foglio di missione, era ormai solo un mero dato, un posto come un altro da raggiungere per lavoro… La periferia di Francoforte scorreva sotto ai suoi occhi sciorinando i suoi panorami resi ancor più grigi dalla pioggia sottile che batteva con insistenza sin dal suo arrivo, del resto - pensava - quante periferie si assomigliano, quante città lasciano che solo al proprio interno, nell'intimo del proprio cuore si avverta quel misto di tradizione, di bellezza e di fascino?
Mano a mano che la città svelava i quartieri più centrali, cominciava ad intravedere le luci e le decorazioni del Natale che incombeva ( incombeva era il termine giusto, ormai il Natale gli risultava indigesto, quasi come una formalità indesiderabile e scomoda che turbava la sua fragile tranquillità), deformate dalle gocce di pioggia sui finestrini. Mancava poco all'arrivo. Trovò subito un taxi e ascoltò se stesso pronunciare l'indirizzo della banca d'affari del centro con indifferenza, ormai non si meravigliava neanche più di quanto scorressero fluide le sue parole in inglese, impararlo velocemente era diventato un obbligo da assolvere in fretta, non più il vezzo di un tempo. Pagò il taxi e attraversò velocemente i giardini limitrofi al centro finanziario, investito da un' aria gelida e pungente e dalla vista dominante della Maintower, scartò le strisce pedonali e si ritrovò di fronte al grande euro, testimone muto ma imponente della nuova valuta: neanche qui la sua mente senti riecheggiare gli scherzi crudeli e le risate: come si permettevano di fare un monumento a quella moneta che lei odiava così tanto? Entrò nel grosso grattacielo e si registrò alla reception del centro congressi. Da quel momento la giornata fu solo un fluire di dati e cifre da immagazzinare, di convenevoli gentili quanto formali e di pubbliche relazioni quanto più possibile distese. Era quello che gli si chiedeva e che aveva fatto la sua fortuna, un trait d'union tra la sede principale e le sedi locali che mediasse e si facesse interprete delle istanze, delle aspirazioni conformi agli obbiettivi… oh si, era per quello che era tagliato, una maschera di cortesia davanti ad un cuore se non gelido perlomeno indifferente.
La sera, finalmente libero, ( non aveva forse dribblato simulando una sorta di noia mista a stanchezza i tentativi di coinvolgimento dei suoi colleghi?) girovagava tranquillo con la mente libera dai pensieri di lavoro e chiedendosi se finalmente sarebbe riuscito a far prendere aria alla barca il fine settimana. Costeggiò il Meno tenendosi volutamente lontano dalla confusione del Ròmer, respirando con piacere il profumo del vino caldo e delle salsicce che si diffondeva dappertutto e camminando con passo spedito deciso a svoltare appena possibile verso il Romemberg.
Fu allora che lo vide. E la meraviglia non fù mai grande quanto l'espressione sorpresa dei suoi occhi: era ancora li, di fronte al ponte, nello spiazzo che nelle giornate di festa era attraversato dalla vecchia locomotiva d'epoca! Ma non era più l'albero sparuto sotto cui avevano fatto felici le foto per due anni di seguito, dove avevano contemplato increduli il grosso fuoco del venditore di salsicce e avevano pensato che non ci potesse essere al mondo e in quel momento un posto più bello di quello. Era un abete enorme e imponente, interamente bardato a festa per il Natale, con le luci intermittenti ed enormi palle vermiglie.
Lacrime calde e impreviste gli rigarono le guance, un insopportabile senso di calore, imbarazzo e struggente malinconia gli prese il cuore, avrebbe voluto fuggire, maledicendo il ricordo che si insinuava crudele e deciso nella sua mente. Fissava incredulo lo striscione che campeggiava alto e largo avvolgendo buona parte dell'albero, pubblicizzando un nuovo negozio dello Zeill. In un primo momento gli era sembrato di leggere male il nome, stampato in grosse lettere dal carattere corsivo : eppure era grande, grande che forse si scorgeva anche dall'altra riva del Meno. Era il nome di lei, che si allargava e si restringeva sotto lo sferzare del vento, come un grande cuore beffardo ed imprendibile. |
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