INVIAGGIO2008

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Terza Classificata

 

Gilda Sorrentino

Viaggio alle isole Eolie

 

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Diario  di  bordo

 

Natante a vela:   "Eagle”­   Lungh. Mt. 8.90 ­ Motore entrobordo  (praticamente invalido dalla nascita). 

 

Comandante        Michelangelo Cecere (detto  tonno nostromo);

 

Equipaggio:         Gilda  (cuoca e altre cose);

                            Lilli:  (addetta  all’ancora, suo malgrado);

                              Egle: (addetta al timone...nei  momenti più incresciosi,

                              ovvero più caldi e   noiosi);

                            Emanuele: (destinato per nascita e per rango - infima statura - ad essere mozzo:    praticamente lagnoso, rompiballe e per giunta inabile al nuoto).

 

Destinazione della crociera: arcipelago delle isole Eolie.

 

 

Mentre la luna, all'incirca "mezza", spendente nell'aria languida ed umida della notte, era ormai in mezzo al cielo ci siamo imbarcati.

E’ la notte tra il primo e due di agosto. Correva l’anno 1975. Domani alle prime luci (si fa per dire) salperemo diretti ad Agnone, prima  tappa del viaggio.

Ora 7 del giorno 2. Siamo partiti, ma ormai si è fatto giorno.

Il  mare è liscio e pallido: tutto intorno c’è una foschia di caldo e tante piccole barche da pesca.

Si va a motore sperando che più tardi si levi la brezza di mare.

Stiamo doppiando la punta Campanella e, per quel poco che ho navigato fino ad ora, penso che non vi sia una visione più magica: da una parte Capri, dall’altra le verdi frastagliature della costa sorrentina.

Presi da una certa euforia, tentiamo di sfruttare un lieve vento che si avverte ormai a piccole raffiche.

Siamo premiati nel nostro ottimismo! Si leva, infatti, una buona brezza che ci accompagna per tutta la mattina, fino alle quindici. Poiché l’abbiamo di poppa, alziamo anche lo spinnaker, ma solo per poco.

Alcune raffichette irregolari ci costringono a mollarlo, con un recupero tanto spettacolare quanto fortunoso. Lo spy guizza come una cosa viva e pare si rifiuti di tornare nel sacco. Lilli è estasiata, Angelo incazzato!

Ore 17: scrutiamo col binocolo la costa per individuare Agnone e, dopo qualche discussione, ci dirigiamo verso terra e possiamo costatare la precisione dei calcoli di Capitano Nemo.

Siamo arrivati ma, ahimè, il motore è già in avaria, perciò l’attracco, anche se perfetto, avviene a vela, nella piccola rada a ridosso della scogliera.

Qui incontriamo Nicola Sannolo, che quasi esterrefatto per la nostra bravura non ci risparmia complimenti. Con lui ci sono la moglie e un’amica che è medico e ne approfitto per far curare Egle, poverina, dall’erpes che la tormenta sulle labbra. Meno male!

Finalmente ci disponiamo a gonfiare il gommone e siamo un po’ seccati che al campeggio Kalù non si siano accorti del nostro arrivo e non siano venuti ad incontrarci. Lilli ed Egle si fanno accompagnare a terra con la barchetta di Nicola perché non vogliono più aspettare, mentre io, Angelo ed Emanuele abbiamo la sgradita sorpresa di costatare che al gommone manca una valvola (e a noi un venerdì? ) e quindi non si gonfia. Siamo prigionieri in rada!

Emanuele giustamente si angoscia e pensa a quello che si sta perdendo ( cugini ed amici ) e noi giustamente ci angosciamo e pensiamo di essere scalognati…, non confusionari.

Grazie ad un pescatore, siamo riusciti a trasbordare che ormai è buio. Al campeggio ci fanno la solita accoglienza affettuosa, nonché la solita affettuosa paternale sul nostro ritardo. Come se invece di una barca a vela, noi avessimo un aliscafo!

Con la barchetta che il pescatore ci aveva lasciata ormeggiata a riva, furtivi come corsari, risaliamo a bordo verso le due.

Fine della prima giornata.

Sono volati quattro giorni, ma oggi senza ulteriori indugi, si parte da Agnone.

Questa mattina ci siamo svegliati relativamente presto, sono le 7,30. Col canotto, insieme ad Emanuele, scendo a terra per rifornirmi di ghiaccio e frutta. In paese spero di incontrare Pina, ma non c’è, perciò devo tornare al campeggio e, giacché ci sono, ci vado col canotto. Angelo, quando salperà, verrà a prendermi vicino alla scogliera del Kalù.

L’atmosfera generale è distesa: ormai anche le figlie si sono rassegnate alla partenza.

Al Kalù, Alfonso è già alle prese con la cucina e, tra una tenda e l’altra, ci si scambiano le ultime tazze di caffè del mattino. Do gli auguri a Gaetano per il suo onomastico e mi ricordo anche di chiedere un cacciavite piccolo ad Ugo Padulosi. Secondo le previsioni, non solo mi può dare il cacciavite, ma sapendo l’uso che dobbiamo farne, lo accompagna di un dischetto di carta abrasiva per limarlo.

È proprio l’uomo della provvidenza per tipi come noi!

Ed ecco la barca è arrivata!

Saluti, un po’ di commozione, molte raccomandazioni e via.

Ora, a bordo, qualcosa è cambiato. L’umore di Lilli è da lacrime represse e, naturalmente, quello di Angelo da incazzatura inconsulta. Infatti apprendo che, per colmo di insubordinazione, alla partenza, Lilli si è rifiutata di chiedere ad un tizio sconosciuto di mollare le barbitte, come aveva ordinato il capitano, osando addirittura proporre una soluzione diversa.

A questo punto, anch’io perdo le staffe e affermo il mio sacrosanto diritto ad un po’ di serenità e “visto che nessuno ne vuol sapere di questa vacanza, si torna a casa!“

Brusca virata verso punta Licosa (la direzione di casa)… con successiva, lentissima curva ( quasi per non darla a vedere ) per tornare in rotta. Intanto, discutendo animatamente, si chiarisce che nessuno vuole tornare a casa, che tutti sono molto soddisfatti e vogliono proseguire, ma che bisogna fare meno confusione, perché tutti siamo “molto esauriti”. E così, senza poter alzare la vela (bonaccia piatta!), compiamo le quaranta miglia fino a Maratea.

Il piccolo porto, molto affollato di barche da diporto, è tenuto benissimo: le bitte di metallo risplendono, ci sono bocchette per l’acqua in abbondanza lungo la banchina, deliziosi fanali per l’illuminazione; insomma vi troviamo il  confort del porto di Capri con in più molta tranquillità e pulizia.

Ormeggiamo tra un peschereccio e una barca a vela francese e , dopo un po’, si comincia a parlare coi vicini e anche con quelli delle altre barche che sono in giro sulla banchina. Quasi tutti vanno o tornano dalle Eolie e si discute sull’opportunità di partire direttamente da Maratea o di scendere la costa fino a Cetraro e poi fare rotta su Stromboli. Come sempre i pareri sono diversi e, alla fine ognuno si tiene il suo. In compenso, guadagnamo molti dati interessanti sulle distanze e sulle possibilità di attracco.

Dal peschereccio, che sta scaricando il pescato, compero dei favolosi polipetti. Questa sera spaghetti al sugo di polipi! Ma dopo tutta la fatica, i polipi li mangio solo io, nessuno li gradisce (e dire che lo sapevo! ).

È il sesto giorno. Mi alzo che sono quasi le sette. Faccio il caffè e me ne sto un po’ seduta a scrivere nel pozzetto. Questo porto ha un altro vantaggio, di mattina si trova in ombra. Infatti è riparato dal monte S. Biagio sulla cui cima si erge la statua del Redentore, uguale a quella di Rio de Janeiro. Di tanto in tanto, alzo gli occhi per contemplarla: mi dà un grande senso di pace, ma anche un’emozione strana, come se a guardarla lassù, in alto, con le braccia aperte, mi fosse facile essere trasportata anch’io a braccia levate in un volo leggero. Mah!

E’ ora di svegliare tutti! Anche se faticosamente, ci riesco in orario compatibile con la tabella di marcia.

Facciamo rifornimento di acqua, di nafta e viveri. Scriviamo qualche cartolina e chiediamo informazioni all’EPT e, alle dodici, ripartiamo.

Puntiamo direttamente su Cetraro, ma anche questa volta a motore, per assenza di vento.

Comunque, arriviamo alle diciotto e trenta e troviamo posto in banchina.

Stranamente il paese è a circa due chilometri dal porto, un po’ sull’interno, tuttavia a quest’ora, in estate, viene molta gente a passeggiare e Angelo trova un passaggio per andare in paese a comprare altre cose che ci servono. Io intanto, in vena di specialità culinarie, mi cimento in “penne rosso-verdi”, cioè pomodori e zucchini, nonché scaloppine al limone. Riscuoto un discreto successo.

Dopo il lauto pasto, tutti si lamentano perché sono troppo pieni e, anche questo è consueto.

Mentre aspettiamo il bollettino meteo delle 22,30, ascoltiamo un po’ di canzoni.

Finalmente riceviamo le notizie che ci interessano e, per fortuna, sono buone. Così  possiamo andare a dormire tranquilli, anche se non abbiamo ancora deciso a che ora partire.

Mi sveglio la prima volta alle tre: fa molto caldo. Sono indecisa sull’opportunità di svegliare Angelo per partire. E’ ancora buio completo e penso di dormire ancora un po’. Alle cinque, sono di nuovo sveglia e, questa volta, chiamo Angelo. Dato uno sguardo al cielo, si decide di partire immediatamente.

Insieme, travasiamo la nafta e molliamo gli ormeggi.

Nel momento in cui accendiamo il motore, dal boccaporto di prua, emerge Lilli piena di buona volontà e, dopo poco, anche Egle.

C’è aria di accordo e di efficienza!

Recupero, all’ultimo momento, la nassa comprata ad Acciaroli e ci trovo il solito pesce in putrefazione e qualche paguro che notoriamente è lo spazzino dei fondi marini.

Quando usciamo dal porto, il mare e il cielo sono di un unico colore, un grigio perla lattiginoso.

La superficie è talmente piatta che sembra una densa lastra metallica. Che silenzio! Vengono in mente i miti dei navigatori omerici o, addirittura, quelli dei Vichinghi. Riconosco che mi ci vuole poco per mettere in moto la fantasia. Comunque sono in uno stato di grazia, forse irripetibile nel tempo a venire.

Il resto dell’equipaggio, tranne Egle, si è ritirato sotto coperta, per continuare il riposo in vista dei turni al timone, che saranno lunghi, durante il percorso senza soste, ovviamente, che ci attende prima di toccare la prima isola dell’arcipelago, ovvero Stromboli.

La rotta da seguire, che mi è stata assegnata, è….

La seguo coscienziosamente, pensando che fra un po’, forse meno di un’ora, non vedremo più la costa e, per parecchie ore, non vedremo terra. Per la prima volta, avremo intorno solo il mare, a trecentosessanta gradi. Nel mio piccolo, mi sento “avventurosa”. Ne parlo con Egle che osserva estasiata le piccole onde che si allargano sulla prua della barca come su un drappo di seta e, di tanto in tanto, mi indica un pesce volante che percorre un lungo tratto a qualche metro di altezza dalla superficie del mare.

Piano, piano, il sole si sta alzando e i colori diventano più decisi e ci sembra che la terra non si veda più: solo una immensa, splendida cupola azzurro chiaro in cui si fondono i due meravigliosi elementi: l’aria e l’acqua. Noi, con la nostra barchetta, siamo lì sospesi. Non provo nessuna sensazione di sgomento, ma, io animale terrestre, capisco che questa dimensione deve essere stata  esaltante per quelli che, per primi, si sono avventurati sul mare, come per me in questo momento.

Mi sento marinara!

Le ore passano, ci alterniamo al timone, mentre si fanno spuntini vari e ci si lanciano secchiate di acqua di mare: un po’ per divertimento, un po’ per alleviare il caldo del sole a perpendicolo. Fino ad ora, e sono già le quattordici, abbiamo avvistato solo qualche grossa barca a motore che segue la nostra stessa rotta, ma sparisce presto all’orizzonte, data la velocità.         

Da un paio d’ore il capitano non ha fatto il punto nave, ma se ne sta tranquillamente sdraiato sotto coperta a dormire. Decido, perciò di chiamarlo ai suoi doveri. La situazione del mare e del vento è invariata da quando abbiamo alzato randa e genoa: la barca scivola tranquilla a cinque o sei nodi, che è una buona velocità di crociera.

Sono di nuovo al timone, sempre con Egle che mi fa compagnia.

Angelo mi chiede se ci sono novità e se si vede qualcosa all’orizzonte ed io che sono seduta nel pozzetto ho guardato a destra e a sinistra e alle mie spalle e, di tanto in tanto la bussola per tenere bene la rotta, ma fino a quel momento non ho avvistato terra.

Senza salire in coperta, Angelo, che sembra meravigliato della mia risposta, si siede per riguardare i calcoli fatti e, mi raggiunge nel pozzetto dicendo:- Eppure dovremmo esserci!-

Nello stesso istante, alzandomi per guardare oltre la tuga e sporgendomi al di là del genoa ,bello gonfio di vento, lancio quasi un urlo: Stromboli!-

        Dritto sulla prua, come se fosse stato puntato con  una freccia

        dalla nostra barca, il cono nero e perfetto del vulcano.

Grande emozione per tutti i componenti dell’equipaggio! Ormai manca poco più di mezzo miglio, ma decidiamo che non attraccheremo a Stromboli, punteremo su Panarea, come prima tappa sulle isole Eolie.

Stromboli ha un attracco molto limitato: praticamente non ha neppure un piccolo porto e noi vorremmo raggiungere Lipari al più presto. Da Lipari sarà più semplice raggiungere le altre isole nei giorni seguenti per visitare tutto l’arcipelago.

Naturalmente per la prima notte pensiamo di fermarci a Panarea che pensiamo di toccare prima che faccia buio.

Arriviamo che è quasi notte, ma come avviene in agosto, la luce dura a lungo, anche quando è già spuntato un piccolo spicchio di luna. Qui si intravede la roccia dorata dell’isola, il bianco delle casette sparse tra cespugli, il colore dei fiori, le luci bianche dei fanali ad acetilene. Si intuisce una natura diversa da quella di Stromboli, anche nella poca luce che resta ancora in direzione del punto dove è tramontato il sole.

Siamo talmente stanchi che preferiamo ancorare in una piccola rada e legarci con due cime alla scogliera sotto un albergo che ha una linea e un’architettura di stile moresco. Cercare un approdo migliore sarebbe un’impresa difficile. Decidiamo di non scendere a terra e ceniamo frugalmente a bordo, rimandando a domani mattina l’esplorazione.

E’ già mattina, è sono in piedi, come al solito, prima degli altri. Mi godo, nella luce chiara di una splendida giornata, lo spettacolo incomparabile di Panarea. Le coste finiscono con grossi massi di colore giallo dorato nel mare azzurrissimo: non si vedono strade, ma le case, piccole e bianche, spuntano tra cespugli di ginestre ed altri arbusti fioriti. Sui muri bianchi, spiccano le bouganville rosso-viola e le campanule azzurre. Rispetto al giorno prima, si è levato un vento più fresco e più costante che ha pulito l’azzurro del cielo, rendendolo color cobalto.

Come si sta bene!

Dopo un po’, forse per la fame, (ieri la cena è stata troppo frugale!) si alza Emanuele e mi raggiunge nel pozzetto, ma anche Angelo è già in piedi e si appresta  a scendere a terra perché vuole informarsi sulla possibilità di contattare un meccanico, ammesso che ve ne siano. Il motore gli dà qualche preoccupazione e, prima di ripartire, vorrebbe far fare un controllo.

Gli facciamo una sostanziosa ordinazione di cornetti e “bombe” per la colazione, mentre per iniziare bene la giornata sorseggiamo il primo caffè.

Per scendere, Angelo, mette giù il canotto e lo lascia attaccato alla cima che abbiamo messo a terra la sera prima. Sull’isola sembra che siano ancora tutti addormentati: non si scorge nessuno né sulla scogliera, né sulla banchina dove si è diretto Angelo, cercando il paese.

Inutile sottolineare il silenzio assoluto di voci e suoni di tipo umano: solo di tanto in tanto, il grido di un gabbiano e lo sciabordio dell’acqua sugli scogli.

Passa un quarto d’ora o forse di più, senza che né io né Emanuele, si dica una parola: assorti entrambi nei nostri pensieri.

Ad un tratto ci accorgiamo che sul terrazzo dell’albergo moresco sono comparsi dei personaggi alquanto insoliti: si tratta di giovani, uomini e donne, abbronzatissimi e dall’aria molto snob, praticamente vestiti di pochi pezzi di stoffa multicolore. Quasi tutti hanno l’aria di chi si è alzato ancora stanco della notte precedente e sorseggia dei beveroni dal bicchiere colorato per rimettersi in sesto, in vista della giornata sugli sci d’acqua o a pesca subacquea.

Dagli con le fantasticherie!

Dagli spalti merlati, ora scende una tipa in pareo, a seno nudo (decisamente piccolo e floscio), si avvicina all’imbarcadero dove è legato il nostro canotto e decisa, con un piccolo balzo, vi sale a bordo.

La cosa già ci secca un po’, dato che siamo lì a un paio di metri di distanza e lei sembra ignorarci, ma le sorprese non sono finite!

Sempre con fare deciso, anzi con l’aria di chi  ce l’ha con noi, con la nostra costernazione si toglie il pareo e rimane nuda.

- Nuda nel nostro canotto! – grida Emanuele, e non si capisce, se con indignazione o con orgoglio.

Intanto la tipa si è tuffata e nuota con perfetto stile e chiappe  all’aria intorno alla nostra barca: fa anche tuffi e capriole, poi decisa e disinvolta, come è venuta, risale sul canotto e, di lì, riannodato il pareo, ritorna sugli spalti.

Nel breve spazio di tempo di un quarto d’ora, però, corsari bruni e biondi e odalische più o meno avvenenti, con parei multicolori annodati sui fianchi, scendono e salgono la scaletta tra le rocce e, siccome lo spettacolo è pittoresco, lo seguo con vivo interesse, snobbata dalle figlie: “E non guardare così da tamarra” , che però, ne sono sicura, pensano che ne valga la pena.

Finalmente giunge il meccanico e anche Angelo, che era sceso tutto di bianco vestito, rasato e profumato di lozione dopobarba, ”a comprare il pane”.

Il meccanico porta l’olio per il motore e Angelo una costosissima rivista fotografica sulle Eolie.

“E il pane?” Niente pane!

“E le bombe?” Niente bombe!

Delusione generale dei figli affamati…ma c’è il meccanico, e, la colazione non conta più.

Piuttosto tesa, vedo Angelo e il meccanico (bel giovane, studente universitario, proprietario del cinema, del Supermarcket, dell’officina e di quasi tutta Panarea, con l’aria di chi dice “io ci provo, ma non mi sforzo”, nonché, “barche più belle di questa l’ho rifiutate”) che armeggiano nel vano motore e cerco di collaborare, quando me lo chiedono. Purtroppo, dopo qualche tentativo, si accorgono che tutto è perduto, tranne, per nostra fortuna, un bel vento fresco, che sicuramente ci farà proseguire fino a Lipari.

Intanto, per un litro d’olio di macchina e una diagnosi del tipo ”potrebbe essere, chissà, forse”, il play boy meccanico pretende diecimila lire. Subiamo e ci prepariamo alla partenza a vela.

Il vento, a tratti, rinforza con piccole raffiche e questo mi fa un po’ paura, perché solo pochi metri ci separano dalla scogliera. Bisogna mollare a vele spiegate, ma c’è un commenda con motoscafo da centoventi milioni, proprio nella nostra direzione, attaccato ad una boa. La nostra ancora deve essere sotto la sua barca. Proviamo a dirgli, urlando, la nostra situazione, ma ci risponde che lui sta alla boa e si alza nelle spalle.

Angelo, allora, fa il tipo “non ho bisogno di nessuno” e ordina a Lilli di recuperare l’ancora. Lilli esegue con la tremarella e le mani doloranti per lo sforzo. Egle, intanto, sta nel canotto pronta a staccare la barbitta dalla scogliera. Al via di Angelo, Egle scatta ( mai vista così pronta ) recupera la barbitta e, tirandosi con la cima, raggiunge la barca, si arrampica alla scaletta con slancio felino, lega il canotto e, con un sol fiato, si attacca alla drizza del fiocco. Tutto sembra perfettamente riuscito; la barca prende l’abbrivio, ma…”il destino”…,  gentilmente interpretato dal motoscafo da centoventi milioni, è lì che ci attende.

Purtroppo è proprio in rotta di collisione e, non ci sono alternative, o lo prendiamo in pieno o viriamo.

“Giù il fiocco.” Virata…ma lo spazio è troppo poco!

Io e Lilli, sul pulpito di prua, vediamo gli scogli a dieci metri, a otto, a…boom!

Come estrema, provvidenziale risorsa, Angelo ha gettato un’ancora a poppa  SENZA SUFFICIENTE COPERTURA ALLA TESTA E DI VENTO (ancora mi chiedo come abbia potuto, con una sola mano, aprire il gavone, pescarla al tatto e lanciarla) e ha ordinato ad Egle di mettere giù la randa: cosa che viene eseguita in un baleno!

Un attimo di pausa: nessuno parla, ma l’urto è stato più morbido di quanto ci aspettassimo. Ognuno, in cuor suo pensa: “ poteva andare peggio… la barca galleggia ancora”.

Ora, fra l’indifferenza generale (il cornuto commendatore da una parte, i turchi in pareo dall’altra) ci agguantiamo alla boa dell’hotel Raia per tirarci fuori senza alzare  la vela a rischio di venire spinti di nuovo dal vento, senza poter governare. Riusciamo a passare delle cime e a tenerci fermi, ma la situazione non è per niente allegra. Oltre ad agguantarci non possiamo fare altro. La scogliera è sempre lì, a pochi metri. Sulla scogliera, tre milanesi sportivi ed efficienti, pare si siano accorti di noi, si informano e si offrono di aiutarci. Grazie a loro che con il loro gommone ci trainano un po’ fuori, riusciamo a prendere il vento senza pericoli e, finalmente, lasciamo Panarea.

E’ chiaro che Angelo si è già tuffato per controllare lo scafo ed ha constatato che non vi sono danni.

La traversata  Panarea - Lipari  si svolge a vento, e che vento.

Il mare è abbastanza mosso e la barca naviga parecchio inclinata, ma noi vediamo con gioia avvicinarsi Lipari.

Lipari significa riparare l’avaria al motore e continuare il viaggio che, pure in tante traversie, ci ha dato già molte soddisfazioni.

Scrutiamo Lipari col binocolo per individuare il porto. Sappiamo di non poter attraccare in quello grande, perché è in buona parte insabbiato, tranne per la parte dove ancorano i traghetti.

Ci accostiamo, con un po’ di fifa, cercando di scaricare il vento e, finalmente, vediamo gli alberi di molte barche spuntare da un alto muraglione, completamente rivestito di reti rosse, messe ad asciugare.

Respiriamo di sollievo ed entriamo nel porto Pignataro, il porto turistico, con una perfetta manovra di vele, timone e ancora. Ci accostiamo ad un peschereccio e lanciamo una cima. Il marinaio di un grosso “Baglietto” ci dà consigli con aria di superiorità: nasce uno scambio poco amichevole di battute tra lui e Lilli che, come al solito, è addetta alle mansioni più difficili durante l’attracco. Forse non si vede che il nostro motore non funziona! Siamo forse scemi ad attraccare a vela?

Angelo sta per incavolarsi a sua volta, ma riesco a riportarlo a più miti consigli e, alla buonora, riusciamo a sistemarci.

Sospirone generale di sollievo e morale molto alto di tutto l’equipaggio. Abbiamo compiuto un’impresa da poco!

Ed ora: “riusciranno i nostri amici a trovare un meccanico capace di farli ripartire?”

Per prima cosa, i ragazzi vanno a fare il bagno dall’altro lato della baia, remando disperatamente col canotto. Io, finalmente rilassata, mi guardo intorno e, come sempre, la bellezza del posto mi dà gioia. E’ una specie di euforia della vista. Gli occhi scrutano ogni cosa, ogni forma, ogni colore.

Siamo all’interno di un vecchio cratere, perciò la costa intorno è alta un centinaio di metri ed è tutta verde. A metà altezza, subito dopo il molo, c’è una costruzione bianca, sormontata per tutta la lunghezza da una grande scritta: “PORTO PIGNATARO CLUB”.

Comincio a sentire anch’io il bisogno di mettere i piedi sulla terra ferma. Così scendiamo per recarci in paese e lo facciamo tramite un taxi di quelli che fanno la spola tra il porticciolo e il paese che dista più di un chilometro.

A Lipari Angelo ha rintracciato un suo amico d’infanzia che essendo di Lipari vi trascorre l’estate: si chiama Roberto Paini. Per fortuna conosce un buon meccanico e nel pomeriggio ce lo manda.

Siamo molto speranzosi per quello che ci dice del motore e ci godiamo il resto della serata al Club Pignataro, dove si mangia una buona pizza.

Siamo ormai al giorno undici agosto: il meccanico è venuto ieri mattina, ma penso che tutto sommato non abbia capito molto. Tuttavia, ha smontato un pezzo del motore e lo ha portato in officina, quando è tornato a rimontarlo, il motore non ha voluto saperne di partire. Questo non ci voleva!

Per fortuna, abbiamo ancora molte cose da vedere e da visitare qui a Lipari.

Lilli ed Egle hanno fatto amicizia con i ragazzi di una barca di Formia, ma l’appuntamento che avevano preso per la serata, naufraga impietosamente a causa di un tremendo acquazzone.

Lilli si angoscia, mentre Angelo cala paurosamente di morale. Purtroppo non dovrebbe essere questo lo spirito di chi va per mare.

O no?

Angelo però pensa al motore e lo capisco. Ormai si pensa alle soluzioni più drastiche, come andare a Napoli con l’aliscafo a prendere i pezzi per la riparazione, visto che qui trova molte difficoltà.

Suggerisco di telefonare ad Enzo, il nostro meccanico di fiducia a Torre del Greco. Enzo, interpellato per telefono, a sua volta suggerisce di compiere alcune operazioni per mettere in moto, ma il motore non parte lo stesso.

Siamo al giorno tredici, ed è stata smontata la testata del motore, perché si debbono smerigliare le valvole e, intanto, si fanno varie corse in paese (ogni corsa in taxi, lire tremila ).

Intanto non voglio perdere l’occasione di visitare per bene l’isola. Siamo stati al “Castello” il museo dell’uomo preistorico che ha abitato l’isola molte migliaia di anni fa ed è stata una bella mattinata.

Ma ritorniamo al tormentone.

Nel pomeriggio, è venuto il meccanico, che non è più lo stesso (il primo ha ceduto le armi). Questo si chiama Miracoli, non dico bugie, e, finalmente si scopre qual è il malanno del motore: “bisogna cambiare le fasce del pistone”! Questi pezzi però non si trovano sull’isola!

Angelo telefona all’impazzata a Messina, a Torre del Greco, perfino a Milazzo. Oh cribbio!!!

Vince Torre del Greco e, tramite il mega comandante della società degli aliscafi, Lubrano, abbiamo conferma che le fasce sono state amorosamente affidate al comandante dell’aliscafo che arriverà alle ore venti di domani.

Ormai è il giorno quattordici, il giorno del compleanno di Angelo.

Le fasce arriveranno in serata, domani è Ferragosto ed il meccanico non vorrà lavorare, ci conviene quindi, prendercela comoda ed andare finalmente tutti a fare un bagno decente.

Quando siamo pronti per scendere a terra, arriva in banchina per salutarci un tale di Milano che abbiamo conosciuto ieri in paese. Siccome sta a Canneto in campeggio e circola in macchina, si offre di accompagnarci e, grazie a lui, vediamo forse la parte più interessante dell’isola.

Da Pignataro, scendiamo verso il lato nord dell’isola e arriviamo dove la costa forma un ampio semicerchio di sabbia bianca, appunto la spiaggia di Canneto. Il paesino sta proprio sulla spiaggia, ma verso l’estrema punta nord, la strada sale fino ad una montagna bianca di pietra pomice. Nel corso degli anni, l’hanno letteralmente raschiata ed ora sembra una candida, liscia distesa di neve. Ai piedi della montagna, arriviamo scendendo per una serie di scalette e viottoli molto stretti, tra muri di pietra e calce, nei quali, ogni tanto, si apre il cancello di qualche villa. Graziosissime visioni di archi bianchi che delimitano il patio, sedie a sdraio, oleandri fioriti e gerani rossi. Lungo questo percorso, c’è un discreto traffico, specialmente formato da stranieri, di età molto giovane.

Scopriamo, appena messo piede sulla spiaggia, che si tratta di un posto “sui generis”. Prima di tutto, vi si fa del campeggio libero, quindi pullula di piccole canadesi colorate, che già di per sé sono uno spettacolo, piantate sui ciottoli candidi, poi c’è il mare colore dell’opalina verde a causa della polvere di pomice che ricopre il fondo nei pressi della riva, e infine, c’è la gente…molto pittoresca!

Già dai primi metri, ci accorgiamo che tra le centinaia di persone che si accalcano sulla spiaggia regna il nudo integrale: il nudo più nudo!

Lilli col suo costume ad un pezzo, rigorosamente alla moda dell’anno, sembra una monaca di clausura. Ma l’imbarazzo iniziale è presto superato e comincio a non farmi scrupolo a guardare meglio. Allora provo a chiedermi se è meglio fare come loro, cioè liberarsi completamente anche degli ultimi pezzetti di stoffa, oppure coprire quel minimo che l’uomo, ormai da millenni, ha deciso di coprire.

Non per un malinteso senso morale, ma per una chiara convinzione, per aderire ad un “modus vivendi” più consono ad un tenore di vita più avanzato, più sofisticato. In fondo, vestirsi è una scelta di gusto, di opportunità, anche di intelligenza.

Non siamo più nell’Eden primordiale: al largo sfrecciano motoscafi argentei di linea spaziale, sulla strada corrono veloci auto e motociclette. Decisamente non siamo ai primordi e l’uomo, ormai, le sue mode, le sue prigioni se vogliamo,se le è inventate rivestendole con civetteria e gusto estetico.

Come si fa a ricominciare da capo in queste condizioni, tra lattine di Coca Cola sparse sulla riva, i contenitori termici, i materassini gonfiabili?

Boh!

Un tipo ci prova! Vedo che si sta legando alla vita una catenella che porta appesa una foglia di fico (per fortuna, autentica, non di plastica).

Il signore di Milano cammina imperterrito verso l’enorme scivolo di pomice, dove si vedono persone salire arrancando, e altre invece, scendere a balzi o rotolando, infarinati come pesci, per poi tuffarsi.

E’ un vero divertimento! Ci proviamo anche noi, seppure mi senta piuttosto preoccupata per l’effetto di questa polvere sulla pelle. Per la verità, la polvere è finissima e non dovrebbe essere abrasiva.

Intanto il nostro accompagnatore scruta il mare cercando di scorgere la barca a vela dei figli, ma evidentemente passano troppo al largo: così, visto che ormai siamo stati un bel po’ di tempo a divertirci, iniziamo la maratona di ritorno alla macchina. Fortuna che nell’antica dimora di Eolo spira un buon venticello, che ci asciuga e allevia la calura.

Arrivati alla macchina, percorriamo la strada panoramica, con i finestrini spalancati sull’incredibile visione di Panarea e di Salina, sagome blu sul mare azzurro screziato d’oro e arriviamo fino al punto più alto dell’isola. Dallo strapiombo, ammiriamo l’insenatura di Acquacalda con i grossi massi caduti sul fondo, che dall’alto si vedono come attraverso un vetro azzurro. Alcune barche vi sono ancorate e si vedono le persone tuffarsi e nuotare, piccole come pesciolini. Beati loro!

Sono quasi le due e il signor Brambilla (non ricordo il suo vero nome, ma essendo di Milano…) ci riaccompagna alla nostra barca. Inutile dire che i nostri ringraziamenti sono calorosissimi, ma purtroppo non potremo ricambiare l’invito, perché domani ripartirà: la sua vacanza è finita.

Noi, però non vogliamo mangiare a bordo e, visto che il Pignataro Club a quest’ora è chiuso, non ci resta che farci portare da un taxi al Galeone. In paese ci accorgiamo di avere con noi pochi soldi, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Decidiamo di essere parchi e di rinunciare a piatti di pesce che sono i più costosi e mangiamo bene lo stesso.

Nel pomeriggio, Angelo, nonostante sia il suo compleanno, si deve sacrificare a far compagnia al meccanico, mentre noi (equipaggio degenere) andiamo al cinema a vedere “La spia che mi amava”.

Giorno quindici agosto. Oggi è ferragosto!

Per evitare che il caldo ci faccia innervosire, io con i ragazzi andiamo a fare un bagno nelle vicinanze, mentre Angelo, ancora una volta, resta col meccanico, che a rischio di litigare con sua moglie, è deciso a farci partire. Forse, e a ragione, si è stufato di noi.

Alla mezza, il motore è pronto per partire.

Urrà !!

Ci prende una piacevole eccitazione e decidiamo di mollare subito gli ormeggi, rimandando la colazione a quando saremo in navigazione. Infatti, partiamo felici dopo tanti giorni di banchina, ma non arriviamo neppure a Punta Lipari, che Angelo si accorge che il motore perde olio. Inutili risultano le  ottimistiche avvitate al tappo e le strette ai bulloni. Ormai siamo sulla rotta di Salina, ci troviamo all’altezza della spiaggia di Canneto, pensiamo di gettare l’ancora e di scendere a terra per telefonare a Pippo.

Sono quasi le due del pomeriggio, il tempo è splendido, ma la spiaggia è quasi deserta. Certamente, tutti stanno facendo onore alla pasta con le melanzane e al coniglio alla cacciatora coi capperi, nonché a qualche grigliata di triglie e pesce spada. C’è uno strano silenzio! Dai cespugli, sulla punta rocciosa del capo, si sente un mitico suono di campanacci e intuisco che ci siano le capre. Col binocolo le localizzo mentre si arrampicano, assurde ed ostinate, tra rocce e cespugli.

Tutto bello, tutto idilliaco, se non fosse che siamo già calati di tono tutti quanti. Ma arriva Pippo, che minimizza il difetto, asciuga un po’ di olio e ci fa ripartire. E pensare che abbiamo un’imbarcazione a vela e dobbiamo sottostare ai capricci del motore per mancanza di vento!

Finalmente ci dirigiamo verso Salina; abbiamo già doppiato l’ultima punta di Lipari e ci gustiamo un misero pasto di Ferragosto: pomodori, tonno e frutta. Ci rifaremo stasera a Salina!

Non dovevo nemmeno pensarlo!

Salina non la toccheremo mai!

Mentre la vediamo ingrandirsi sulla nostra rotta, il motore accentua i suoi acciacchi e non ci resta che spegnerlo. Avvilita me ne vado a riposare, anzi tutti completamente afflosciati, ce ne andiamo sotto coperta. Angelo resta solo, suo malgrado al timone, con le vele quasi sgonfie, a meditare la vendita “senza rimpianti” della barca e qualche ricatto morale nei confronti dell’equipaggio assenteista.

Mi decido a fare un caffè per tirarmi su ed esco nel pozzetto. E’ il tramonto: un tramonto di rara bellezza che comprende nell’arco color  rosa madreperla dell’orizzonte le isole di Lipari, Salina, Panarea e Basiluzzu. Il vento è calato completamente e Angelo è riuscito soltanto a fare qualche bordo, rimanendo, praticamente, quasi allo stesso posto dove ha fermato il motore.

Ebbene si!

Ritorniamo che è già sera a porto Pignataro, trainati da un’altra barca a vela che però ha il motore validissimo.

Che vergogna!

Ancoriamo in terza fila e, scoraggiati al cubo, rimaniamo a bordo a mangiare i soliti spaghetti e le solite uova. Altro che pranzo di Ferragosto nel miglior ristorante di Salina!

Giorno sedici agosto, domenica. Per l’ennesima volta, Pippo sale a bordo con aria ottimista (ma come farà?). Sembra proprio deciso a farci ripartire e, in effetti ci riesce ma, questa volta, senza mezze misure ci fa le dovute raccomandazioni, cioè di non farci più vedere: almeno come suoi clienti.

Vuoi vedere che la colpa è nostra se lui come meccanico è “scarso” ?

I ragazzi sono alla spiaggia dietro il molo, perciò passiamo a prenderli. Abbiamo il gommoncino al traino con dentro i remi (quale errore); inoltre abbiamo la coperta disseminata di cime, parabordi, vele e qualche scarpa. Sono le tredici e trenta e, per ora, bisogna fare in fretta: ci sistemeremo strada facendo. Tutto bene, stiamo per doppiare la fatidica punta Lipari, che si leva un vento fresco che, se da una parte può sembrare promettente, dall’altra ci insospettisce. I nostri sospetti sono avvalorati da un massiccio rientro verso il porto di motoscafi e barche di ogni tipo.

Questa mattina non abbiamo sentito il bollettino, perché quello di ieri era molto rassicurante. Naturalmente abbiamo sbagliato a fidarci.

Anche il mare comincia ad agitarsi e bisogna tirare su il gommone ma, ahimè, i remi finiscono in acqua.

Comincia la sarabanda per il recupero.

Intanto il vento è rinforzato e Angelo comincia ad essere inquieto: se la piglia un po’ con se stesso e un po’ molto con noi. L’equipaggio, questa volta, non accetta e contesta al comandante vari errori ed omissioni.

Allora adesso torniamo in porto! E basta!

La frase mi terrorizza e cerco le vie diplomatiche,  perché vorrei fare almeno tappa Stromboli, tanto più che oggi ne abbiamo sedici e il giorno diciotto Angelo deve essere per forza in ufficio (come farà?).

(Per me tu sei troppo ottimista! Firmato Lilli)

Comunque, pur essendo riuscita a rabbonire il comandante, presa da scrupoli, cerco di sintonizzarmi sul bollettino meteo e finalmente ci riesco: tuoni, fulmini e saette e…avviso di burrasca!

Il capitano, quasi sollevato, ordina inversione di rotta. Con la morte nel cuore, obbediamo.

In porto, pur se il vento è calato e il mare è ridiventato una tavola, c’è aria di “tutti ai posti di manovra”.

Un amico della Lega navale, che era partito prima di noi, è già rientrato ed ha ormeggiato come i pescherecci, cioè in rada, con la prua verso l’entrata del porto. Ci proviamo anche noi e ci accostiamo ai pescherecci, ma un’imbarcazione della Capitaneria si avvicina per dire che non possiamo farlo, perché ormai siamo troppi e potremmo ostruire completamente il passaggio. Quindi, ci sistemiamo in terza fila tra un motoscafo e una barca a vela. Con due ancore e due traversini ci sentiamo abbastanza tranquilli. Si avverte la calma che precede la burrasca: l’abbiamo sperimentata altre volte. E’ una sorta di inquietudine a fior di pelle o, a fior di nervi.

Intanto non succede niente, siamo stressati ed affamati. A proposito, ci eravamo dimenticati di mangiare. Che vita quella dei naviganti!

Decidiamo che è meglio rifocillarci, prima di affrontare le eventuali traversie.

Con i vestiti in busta di plastica, ci caliamo nel canotto e raggiungiamo la banchina per recarci a mangiare al Pignataro Club. Dopo cena vorremmo andare in paese per informarci sugli orari dei traghetti, ma siamo troppo stanchi e poi incomincia a piovere. Bisogna rimandare tutto a domani.

Infatti, bisogna decidere se lasciare la barca in custodia ad un certo Giovannazzo o restare, noi equipaggio, da soli, mentre il capitano va a Napoli per due giorni a sistemare la situazione ufficio e poi tornare a prenderci. Decisione un po’ combattuta: meglio dormirci sopra!

Ci svegliamo verso le sette ed è ancora tutto calmo: poche nuvole, qualche goccia di pioggia, niente vento. Poi improvvisamente, verso le otto, arriva il vento. Finalmente! C’è quasi sollievo sulle facce di quelli che ritti sulle prue guardano le cime delle proprie ancore, mentre il mare comincia a ribollire. Ora sì, possiamo fare qualcosa e sapere perché siamo tutti fermi qui e per quanto ci staremo!

Ad ogni raffica ci si aspetta qualcosa in più, qualcosa di più pericoloso, ma , in verità, la situazione è sopportabilissima e, a volere essere proprio rilassati, ci si può godere lo spettacolo delle nuvole che avanzano veloci e si accavallano o quello della superficie dell’acqua striata dalle raffiche di vento, come da un’aerea ramazza e aspirare a pieni polmoni il profumo di menta e di erbe bagnate che viene dalla collina.

Forse lo stiamo facendo quasi tutti, tutti quanti siamo sulle coperte delle varie barche. Penso che ci sentiamo carichi, di una carica psicologica, al pensiero che dovremo lottare con le forze della natura e neutralizzarle con intelligenza, con audacia. Bella forza! Con tutte quelle ancore e quei traversini!

Il tizio di Roma, con la barca a vela, alla nostra dritta, ha messo tre ancore a prua.

Esagerato!

Noi, tutto sommato, ci sentiamo abbastanza tranquilli.

Il comandante del motoscafo, alla nostra sinistra, scatta molte foto in giro: ai gruppi in maglioni e cerate multicolori che stazionano sulle prue con aria di sfida.

Ogni tanto, un braccio sporge da un oblò e porge una tazza di caffè. Dopotutto è l’ora del break fast!

Il tempo scorre molto lentamente e non si può fare altro che attendere. Arriverà il peggio?

Angelo nell’attesa, fidandosi dell’equipaggio, fa una corsa in paese e torna con viveri e l’orario dei traghetti. In cuor suo ha già deciso, ma “democraticamente” vuole riunire l’equipaggio.

Io, al pensiero di partire e tornare fra due giorni a riprendere la barca e quindi ritrovare l’entusiasmo necessario dopo l’interruzione, propendo per restare, ma non voglio decidere anche per i ragazzi. Specialmente per Lilli ed Egle che mi sembrano le più stressate. Anche loro però, fanno le mie stesse considerazioni e accettano di restare. Emanuele, forse, non si sente così sicuro, ma non lo da a vedere, perché è l’unico maschio della comitiva, anche se ha solo dieci anni e, quindi, si dichiara d’accordo.

 

  

Qui devo tagliare altrimenti non mi è possibile partecipare al concorso del “Premio letterario INVIAGGIO”, ma vi scrivo il finale…

 

Siamo tutti abbronzati neri e salmastri da far paura.

Tra Castellammare e Torre Annunziata avvertiamo un dondolio eccessivo della barca, come quando arriva l’onda di un traghetto che passa al largo. Guardiamo anche la vela che improvvisamente fileggia e sentiamo il timone tirare.

Io ed Egle ci guardiamo e guardiamo il mare. Si sono formate piccole onde agitate e con la cresta di schiuma bianca: tipiche di quando si alza vento e mare. Come è possibile?

Ora sentiamo anche il vento che a raffiche viene giù da monte Faito.

Da un momento all’altro l’andatura è impazzita, il mare ribolle e si alza. Allarmata, chiamo Angelo, che appena si rende conto della situazione, ordina a Lilli di ammainare il genoa, mentre lui cerca di terzarolare la randa. L’impresa è difficile, perché si è scatenata una vera burrasca, di quelle che nascono improvvise nel golfo di Napoli e che i pescatori conoscono bene, tanto che la chiamano “cor’ e’ zefer’”, ossia “coda di diavolo”. Sembra, infatti, che un turbine si attorcigli intorno a noi, facendo alzare sempre di più le onde impazzite. La barca sprofonda tra un’onda e l’altra e la randa sbatte facendo ondeggiare pericolosamente il boma. Angelo è riuscito a ridurre la randa ed a cazzarla al massimo, ma non è servito a molto e la nostra unica speranza è che il motore, sebbene infortunato, resista e ci porti in salvo.

I ragazzi sono sotto coperta, Angelo è al timone che richiede tutta la sua forza per essere governato, io scruto le luci della costa nella speranza di scorgere il faro di Torre del Greco.

Sento dentro, oltre alla grande paura, una grande tristezza. Senza parlare, mi tengo al passamano e nella mia mente prego che non succeda il peggio e che finisca, che si attenui la furia degli elementi che ci ha investito con cattiveria diabolica.

Perché?, Perché sta succedendo?

E intanto il faro sembra sempre tanto lontano, come se la barca non procedesse e, forse, è proprio così. Non si riesce a capire.

Io vorrei andare più vicino alla costa, ma Angelo sostiene che sarebbe peggio ed è giusto tenere la rotta che comunque è quella più breve.

Il faro è sempre lì, lo vedo mentre la barca, sbatacchiata su e giù dalle onde, viene continuamente ricoperta da enormi spruzzi gelidi. Ho messo anch’io la cerata, ma ho la testa tutta bagnata e debbo asciugarmi gli occhi ad ogni spruzzo per vedere meglio.

”Sta per finire. Non dura mai troppo tempo, vedrai.” Angelo lo ripete spesso per rassicurarmi e per convincere se stesso.

Anch’io, però, penso che una tale furia, nata così improvvisa, non può durare a lungo. Prego che il motore regga, perché è sotto sforzo, Angelo lo ha fatto andare al massimo.

Ad un tratto mi accorgo che la luce rossa del faro è più vicina. Proprio così, forse nell’ultimo quarto d’ora, il vento ci ha dato una mano, mandandoci nella nostra direzione, perché avrà girato, dopo che siamo usciti dal canalone tra Vico Equense e Castellammare.

Riprendo un po’ il controllo dei nervi, tanto da capire che non poteva succederci niente di peggio di quello che è successo.

Gli spruzzi non ci raggiungono più in viso, il rumore degli stralli e della vela è diminuito: quel rumore che nella testa è amplificato dalla paura e dalla confusione.

E’ finita! Sta per finire.

Respiro meglio, perché sto rilassando i muscoli contratti della faccia e del petto. Riesco anche a parlare: “Ragazzi, ci siamo quasi. Il porto lo vedo: è vicino”.

“Quando saremo in porto, vedrai che tutto è calmo; non si saranno accorti di niente. Succede così, in mezzo al golfo”

Angelo dice così e, sentendo la barca che sotto i miei piedi si rilassa, si appoggia con moto più stabile, sulle onde affaticate, penso che abbia ragione.

Mi accorgo che la velocità  della barca aumenta, non più contrastata dal mare, e vedo il faro che finalmente si avvicina sensibilmente.

“Quanto ci vorrà ancora? Un’ora? Di meno, di più?”

Riesco a pensare coerentemente. Il pericolo è passato: il motore ha retto. Siamo salvi: i figli sono salvi. Soprattutto a loro era legata la mia paura; pensavo con disperazione al fatto che non avevano indossato i giubbotti, perché, alla partenza, erano stati relegati nel gavone a dritta di poppa più difficile da aprire, sotto la “cuccetta del marinaio”. Non era stato possibile tirarli fuori nel momento che la barca sembrava in balia di un tifone tropicale e bisognava solo tenersi fermi ad un appiglio stabile, per non finire sbatacchiati col rischio di farsi seriamente male.

Poi, dopo un tempo che non riesco a valutare, vedo le luci del Circolo Nautico e i fanali del molo frangiflutti. L’onda si è fatta lunga e stanca; la vela si è afflosciata; si sente solo il rumore affannoso  del motore, che, nonostante tutto, non ci ha abbandonato. Mamma mia: forse sto sognando! Non sento più il fragore della tempesta, non ci sono più le schiumette sulle onde, si sente addirittura il profumo degli scogli e, a tratti perfino mi sembra di sentire della  musica.

Sarà qualche locale sulla Litoranea.

Escono dal boccaporto i ragazzi: facce incredule e occhi sorridenti.

E’ finita! Questa volta per davvero!

E’ molto tardi, l’orologio segna le ventitré, ma noi ce ne accorgiamo solo ora.

Sulla banchina, Franchino il marinaio, ha visto entrare la barca e ci ha riconosciuto: ci viene a prendere la barbitta e ad augurare il “bentornati”. Gli diciamo del vento e del mare, là fuori e lui meravigliato: ”Quale vento, dottò? Serata calma”.

   

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